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I mari della luna e la gestione pubblica dell’acqua. Esiste una proposta di legge in consiglio.

INTERVENTO PUBBLICATO SU “LA REPUBBLICA”,

SABATO 7 NOVEMBRE 2009

 

 

Già ci siamo abituati al fatto che per bere bisogna stappare, comprare bottiglie e lasciarci affascinare dall’etichetta che “fa fare din din” o a da quell’altra che promette di farci dimagrire. Ed ora il Senato ci dice che anche l’aprire i rubinetti, il far scorrere l’acqua dentro le nostre case, deve essere gestito dai privati, deve risultare fonte di profitto. L’acqua diventa merce da vendere e comprare con lo scopo primario di far soldi. Perché il decreto legge 135 prevede che, nella gestione dell’acqua, oggi affidata attraverso gli ATO a gestioni completamente pubbliche o miste pubblico-privato, i privati, con quote di partecipazione non inferiori al 40%, determinerebbero quantità e qualità degli investimenti, rendendo nulli, nella pratica, possibilità di controllo e gestione da parte del pubblico. Vengono intaccati gli stessi principi di base della legge Galli, per i quali “Tutte le acque superficiali e sotterranee… sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà”, che “qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future”, che “gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse”. La privatizzazione presentata al Senato comporterebbe un inevitabile aumento delle tariffe, senza per questo determinare un miglioramento del servizio e della rete. I dati ufficiali del 2008 sugli ATO, in questo senso, parlano molto chiaro. Penso, allora, che in Campania dobbiamo guardare con molto interesse alla proposta di Vendola di tornare, per la Puglia, ad una gestione completamente pubblica. Anche perché una proposta analoga è stata presentanta dall’allora gruppo regionale DS, di cui ero capogruppo, nel lontano 2006. La proposta prevedeva, tra l’altro, la costituzione di una SPA a totale capitale pubblico, aperta alla partecipazione di altre regioni, per la gestione e la manutenzione della rete idrica. Giunta al vaglio della IV commissione, per responsabilità politiche diffuse che ci coinvolgono tutti, la proposta non è più stata affrontata. Non ci sono scusanti, ma a fronte di quanto si è verificato al Senato, credo sia ora dirimente tornare a discuterne, verificarne fattibilità ed eventuali aggiustamenti, e, se i tempi lo permetteranno, portarla all’esame del consiglio. Soprattutto però, solleciterò consiglio e giunta perché, nell’immediato, si giunga, quantomeno, ad un’urgente dichiarazione di intenti che rivendichi l’acqua come bene non mercificabile. Non si tratta di una questione ideologica, ma di evitare che un bene primario come l’acqua diventi una questione di business. Questo tema dovrà essere al centro del prossimo programma di coalizione per le regionali, ed il PD deve aprire da subito una discussione di merito. Mi viene in mente una filastrocca di Rodari: “nei mari della luna i tuffi non si fanno, non c’è una goccia d’acqua, pesci non ce ne stanno. Che magnifico mare …” soprattutto perché, quantomeno, non si potrà privatizzare.  

 

Antonio Amato

Intervento pubblicato su “la Repubblica” di sabato 3 ottobre 2009. Fiaccole per Giovanni

Giovanni Tagliaferri muore il 13 aprile scorso, lunedì di Pasquetta, a via Colombo a Napoli,  per un apprezzamento fatto ad una ragazza da un amico in macchina con lui. Giovanni Tagliaferri muore dissanguato perché tre ragazzi, per vendicare “l’affronto”, lo assalgono, due lo pugnalano più volte con estrema violenza, con una lama da almeno 6 cm rescindendogli l’arteria femorale. Giovanni Tagliaferri muore  quando ha solo 21 anni perché per un bravo ragazzo la ferocia del branco può risultare fatale. E’ la legge del sangue, paghi con la vita anche un semplice sorriso ad una ragazza che non dovevi nemmeno guardare,  anche se, come ammettono i suoi assassini, non hai fatto nulla. E’ la ferocia di una violenza consumata in disprezzo del valore della vita, e mentre lo colpiscono gli gridano la loro rabbia “devi morire”. Gli assassini dopo essere stati identificati dalla polizia si sono costituiti. Questa volta, dunque, la giustizia ha fatto il suo corso. Il prossimo 7 ottobre ci sarà l’udienza, gli assassini, infatti, hanno chiesto il rito abbreviato. Godranno così di tutti i benefici previsti dalla legge, dello sconto di un terzo della pena (un massimo di quindici anni di detenzione) perché da anni si attende una riforma del  codice penale che però giace tra le polverose carte di un Parlamento troppo occupato in leggi ad personam, per preoccuparsi dei drammi dei comuni cittadini. E, ancora oggi, resta inevasa la domanda di fondo, quella più importante: perché? Perché questi tre ragazzi hanno barbaramente ucciso Giovanni senza mostrare il minimo senso di umanità e pietas? I genitori, i parenti, gli amici di Giovanni continuano incessantemente a chiederselo, ma la ragione non riesce a dare spiegazioni che aiutino il dolore. Dopo il clamore dell’episodio, poi, il dramma del silenzio. Chi vive queste atrocità paga, in seguito, anche la dimenticanza delle istituzioni e della maggioranza dei cittadini. E l’assordante silenzio dà spazio al ripetersi di questi episodi. La violenza si nutre della desertificazione che oggi subisce la cultura dell’accoglienza e del rispetto dell’altro, oppressa dal clima pesante dell’indifferenza e della  “normalità” della sopraffazione. Per essere vicini alla famiglia ed agli mici di Giovanni, per non far passare la vicenda processuale sotto un pericoloso silenzio, per continuare a ricordare e per rianimare la nostra coscienza civile, lunedì prossimo, a partire dalle 19,00 ci sarà una fiaccolata per Giovanni che partirà da Piazza Municipio. Non solo do la mia adesione, ma, soprattutto, invito tutti i rappresentanti istituzionali a partecipare. Governatore, Sindaco, assessori, consiglieri, hanno il dovere di stringersi alla famiglia di Giovanni, di mostrare la loro vigile attenzione sull’intera vicenda, di indicare, concretamente, che Napoli, nonostante le tragedie che vive, sa dire no all’imbarbarimento, sa ricordare, sa fare di accadimenti come questo un insegnamento per i più giovani, provando, almeno provando, a rendere un pò meno assurda l’inspiegabilità di una vita così tragicamente spezzata.

 

Antonio Amato

La Gelmini delira, e nel frattempo migliaia di lavoratori della scuola si ritrovano disoccupati

«Più che alle parole della Gelmini guardo ai dati: ad esempio, quanti insegnati precari di italiano sono stati convocati quest’anno nell’intera provincia di Napoli per le scuole medie? Zero, nemmeno un insegnante. E mentre migliaia di lavoratori si trovano improvvisamente disoccupati e senza prospettive si mette a rischio il futuro di tutti i nostri giovani» afferma il consigliere regionale Antonio Amato commentando le dichiarazioni del ministro Gelmini questa mattina a Nisida «Quando poi vengono distrutte istituzioni che rivestono un ruolo sociale fondamentale come il Liceo Serale Margherita di Savoia, si comprende che è a rischio un intero modello sociale e culturale. Le posizioni del Ministro Gelmini sono deliranti e sembrano tese esclusivamente a gettare benzina sul fuoco di una situazione drammaticamente incendiaria innescata dalle sue scelte scellerate. La Gelmini parla di mandare fuori dalla scuola personale politicizzato quando la realtà da lei determinata, solo in Campania, è di oltre ottomila precari gettati per strada per scelte di natura economicistica tese alla distruzione della scuola pubblica. Alla piena solidarietà ai lavoratori della scuola costretti a scendere in piazza» continua Amato «si devono aggiungere tutti gli sforzi istituzionali e politici per porre un argine alle scelleratezze compiute. Gli accordi siglati dalla Regione Campania sono importanti ma non possono servire da alibi al Ministro. Occorre» conclude Amato «intervenire con urgenza per definire una grande iniziativa politica che fermi la distruzione della scuola pubblica»

Una legge regionale contro il nuovo razzismo

Intervento pubblicato su la Repubblica del 24 luglio 2009

 

Un lavoratore del Burkina gambizzato, un migrante picchiato e apostrofato “sporco negro”, quindici senegalesi non fatti salire su un treno. Questo solo a Napoli. Ma in tutt’Italia si susseguono eventi di intolleranza e violenza.

Episodi, si dirà. Ma dietro i singoli eventi sembra spirare un vento perverso, fautore di un clima di rigetto e rifiuto dell’Altro. A partire dalla sua pelle, dalle sue fattezze fisiche, finanche dal suo presunto “odore”.

Contini, nel dopoguerra, spiegava che la parola razza non deriva dall’etimo latino ratio, ma dal francese haraz, razzo, termine che si riferisce ai cavalli. Svelava l’origine “equina” del concetto e si rammaricava dello sforzo che nei secoli era stato fatto per trovarne una nobile genesi.

Si sperava, dopo gli orrori dei totalitarismi, che il risveglio civile dell’Europa determinasse il superamento di pratiche e mentalità aberranti. Ed invece, i pregiudizi razziali, fatti uscire dalla porta principale dal progresso scientifico e culturale, sembrano rientrare dalle finestre del senso comune, avvalorati da un clima di paura e chiusura in se stessi che i governi, e soprattutto quello italiano, sostengono con leggi dal chiaro fondamento razzista.

Quanto previsto dal Decreto Sicurezza genera una perversa spirale di intolleranza, che coinvolge singoli e collettività che rifiutano tutti quelli considerati estranei. Il confine che delimita “gli stranieri” tende ad allargarsi sempre più, ad includere/escludere sempre nuove categorie di esseri umani. Un confine mobile dal quale nessuno può dirsi escluso.

È per queste ragioni che tutti gli episodi di stampo razzista necessitano di un’attenzione costante delle istituzioni, chiamate ad arginare una deriva che è insieme istituzionale, sociale e culturale. Come Ente Regionale non abbiamo gli strumenti per bloccare quanto previsto dal Decreto Sicurezza, ma si può intervenire per cercare di porre quantomeno degli argini.

In questo senso, da troppo tempo, oltre due anni, attende il completamento del suo iter il disegno di legge sulle “Norme per l’inclusione sociale, economica e culturale delle persone straniere presenti in Campania” varato dalla giunta e già approvato dalla VI Commissione.

Ho già sollecitato il Presidente del Consiglio Regionale e tutti i Capigruppo per il completamento del percorso istituzionale. Di fronte all’imbarbarimento sociale e culturale che viviamo, c’è la necessità di stabilire norme certe di accoglienza e sostegno ai migranti.

La legge sostiene principi democratici e tutela i diritti fondamentali, indipendentemente dalla posizione giuridica: in particolare salute, infanzia e maternità.

È oggi necessario dare un segnale di civiltà che collochi la nostra Regione nei sentieri del rispetto dell’Altro, al di là di qualsiasi concetto di clandestinità.

La Campania è sempre stata un territorio accogliente, e sono convinto che la maggioranza della popolazione lo sia ancora. Bisogna sostenere questi sentimenti e non farli soffocare dalla paura.

 

Antonio Amato

6 e 7 giugno, Elezioni Europee e Provinciali, un appuntamento fondamentale per il nostro futuro

Caro compagno/a, caro amico/a,

il momento che attraversiamo è estremamente difficile: ci attanaglia una crisi economica che rende un lusso anche la spesa quotidiana, migliaia di lavoratori vengono licenziati, crescono le forme di precariato. La politica troppo spesso non riesce a dare le risposte adeguate. Il Governo di Centro Destra, sempre più sbilanciato verso il Nord sotto i ricatti della Lega, non riesce a fronteggiare l’emergenza che stiamo vivendo. Dietro i proclami si nasconde il vuoto. E il Sud, e la gente del Sud, viene dimenticata. Le prossime elezioni del 6 e 7 giugno rappresentano un appuntamento fondamentale. Siamo chiamati ad eleggere Presidente e consiglieri della Provincia di Napoli ed i nostri rappresentanti nel Parlamento Europeo.
In queste istituzioni servono uomini e donne capaci, responsabili, consapevoli dei nostri problemi e pronti a lavorare per noi.
Il Partito Democratico raccoglie questa sfida, ed ha messo in campo gente di valore.
Alla Provincia ha candidato come Presidente LUIGI NICOLAIS, scienziato di fama internazionale che ha già dato prova delle sue grandi capacità di amministratore pubblico prima come Assessore Regionale alla Ricerca Scientifica e quindi come Ministro della Repubblica all’Innovazione. Con NICOLAIS si apre una nuova fase della politica campana, si lavorerà per costruire la Città Metropolitana di Napoli e dare nuove concrete opportunità di sviluppo per i nostri territori e per i nostri giovani.
Insieme a Nicolais, nei diversi collegi, per il Partito Democratico, si presentano donne ed uomini di grande qualità umana e politica. Tra questi al collegio XII – Fuorigrotta, c’è PEPPE BALZAMO, Presidente di questa Municipalità, uomo che è nato e vive nel nostro quartiere, che da sempre si batte per migliorare il nostro territorio, che ha già realizzato cose importanti e che ha idee e progetti chiari per il futuro; al collegio X Vomero - Arenella, c’è ALESSADNRO CAPONE, il più giovane candidato del collegio, già consigliere di questa Municipalità presidente della Commissione “Legalità – sicurezza e politiche sociali”, incarna i valori e la passione della gioventù cui si uniscono competenza ed esperienza; al collegio XXIII Castellammare, c’è NORA DI NOCERA, professionalmente impegnata nel mondo della sanità come informatrice farmaceutica, rappresentante sindacale della CGIL Campania, in prima fila nelle lotte per le fasce sociali più deboli, è sempre stata una fiera attivista nelle battaglie per il territorio di Castellammare.
Alle Europee con il PD, per la Circoscrizione Italia Meridionale, si candidano PASQUALE SOMMESE e GRAZIELLA PAGANO.
PASQUALE SOMMESE, Presidente della Commissione Urbanistica del Consiglio Regionale, viene dalla Margherita, abbiamo percorsi politici diversi, ma oggi ci riconosciamo con forza nel grande progetto del PD. In Regione, già prima della costituzione del Partito Democratico, c’è stata tra di noi grande sintonia e stima reciproca. Perché PASQUALE SOMMESE, come me, è legato ai territori e punta sulla concretezza del fare. Insieme abbiamo lavorato ad importanti provvedimenti per i trasporti, la casa, l’ambiente.
GRAZIELLA PAGANO, storica rappresentante delle battaglie per i diritti delle donne, ha sempre dato prova di grande capacità politica in tutti i ruoli che ha rivestito al Consiglio Comunale di Napoli, al Parlamento Nazionale ed al Parlamento Europeo. Si è sempre spesa per la nostra città, ed oggi rappresenta uno dei più autorevoli dirigenti nazionali del PD.
Ti chiedo allora di sostenerli, di andare il 6 e 7 giugno alle urne per votare alla Provincia (scheda gialla) NICOLAIS presidente con il Partito Democratico ed i suoi candidati, e scrivere SOMMESE e PAGANO sulla scheda arancione delle Europee. Con loro costruiremo una rete per dare risposte serie alle questioni del nostro quartiere, della nostra città, della nostra regione.
Con NICOLAIS ed i candidati del Partito Democratico alla Provincia, e SOMMESE e PAGANO al Parlamento Europeo, mi impegno a trovare soluzioni concrete per affrontare le problematiche inerenti la casa, la formazione e il lavoro, il futuro dei nostri giovani. Caro compagno/a, caro amico/a, “la storia siamo noi”, e con il tuo voto puoi dare forza al nostro progetto, puoi aiutare concretamente i nostri territori.

Ti ringrazio e ti saluto con affetto.

Antonio Amato

Nella Resistenza e nella Liberazione le fondamenta della nostra Democrazia

«Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà». Lo scriveva Antonio Gramsci. E, guardando al 25 aprile del 1945, verrebbe da dire che fu proprio questo il principio ispiratore del popolo italiano. Vittima dei martiri dei bombardamenti, delle barbarie dei nazisti, delle conseguenze del ventennio dittatoriale mussoliniano, costretto in condizioni economiche e sociali disastrose, abbandonato da un Re fuggiasco, sospeso tra l’avanzata alleata, l’occupazione delle truppe tedesche, la Repubblica fantoccio di Salò, l’insieme di tutte queste condizioni avrebbe potuto piegare gli italiani alla rassegnazione, in attesa del concludersi degli accadimenti. Ed invece, con impeto di orgoglio, audacia e coraggio, il nostro popolo ha saputo riscattarsi, risollevarsi, lottare, anche a costo di enormi sacrifici e perdite, in nome del valore della libertà. La speranza di poter costruire un futuro migliore ha guidato, fin dalle Quattro Giornate di Napoli, migliaia e migliaia di donne e uomini, pronti anche al sacrificio della propria vita pur di RESISTERE.

I partigiani, tutti, gran parte della popolazione, le forze politiche che si opposero al fascismo, fecero della RESISTENZA e della SPERANZA le fondamenta sulle quali sono state costruite la nostra Repubblica, la nostra Costituzione. Se, allora, dobbiamo immensa gratitudine a tutte quelle donne e quegli uomini che nella lotta alla dittatura fascista hanno perso la vita e gli affetti più cari, allo stesso tempo non possiamo poi tradire il loro sacrificio rinunciando al loro insegnamento etico, morale, politico e civile. Il 25 aprile può essere Festa della Liberazione solo se facciamo della RESISTENZA e della SPERANZA il nostro ineludibile riferimento valoriale, solo se abbiamo la capacità di non subire gli accadimenti, di farci parte attiva dei processi di rinnovamento e cambiamento, se abbiamo la volontà e la forza di pensare che un futuro migliore del presente può essere costruito a partire dal nostro impegno. Solo allora potremo festeggiare davvero il 25 aprile. Non è semplice, lo so bene, soprattutto rispetto alle miserie che troppo spesso attanagliano il nostro presente. Ma credo, fermamente, che abbiamo il dovere di crederci e provarci.

La nostra Democrazia si fonda sulla Liberazione. E’ vero, il 25 aprile non appartiene ad un’unica bandiera, ma chi, a partire dalle più alte cariche istituzionali, vuole prendere parte ai festeggiamenti per questa ricorrenza, dovrebbe poi anche riconoscerne e perseguirne i valori intrinseci.

Libertà, partecipazione democratica, antifascismo, non sono vuote parole, ma i pilastri della nostra società. Festeggiare il 25 aprile non può voler dire prendere parte ad una parata per meri calcoli di opportunismo politico. Festeggiare il 25 aprile vuol dire assumersi la responsabilità di questi valori e lottare quotidianamente per essi.

Il processo Eternit è una grande battaglia di civiltà, la Campania faccia le visite preventive ai suoi 300 operai colpiti da amianto

(lettera pubblicata su Repubblica, 9 Aprile 2009)

 

Trecento lavoratori campani si sono radunati con i colleghi di altre tre regioni sotto le finestre del Palagiustizia di Torino. Insieme sono più di mille. Rappresentano un po’ tutta Italia.

Nella città delle Alpi si è aperta la prima udienza del processo all’Eternit, la multinazionale accusata della morte per amianto di 2191 persone che, dal 1952 ad oggi, hanno lavorato nelle quattro fabbriche italiane della multinazionale, e respirato le letali microfibre di cemento-amianto.

Mi sento vicino a questi lavoratori, conoscendo personalmente la durezza di quel lavoro e i suoi seri rischi. Accolgo perciò con orgoglio l’iniziativa della Regione Campania che si è costituita parte civile, insieme a Piemonte, Emilia Romagna e CGIL, e ha allestito banchetti davanti al Palagiustizia che hanno raccolto 601 registrazioni di parte civile.

Con altrettanta forza voglio sollecitare la Regione e ricordare che bisogna andare avanti sull’accertamento e sulla prevenzione di tutte le malattie professionali, comprese quelle da amianto. La Finanziaria regionale 2007 ha stanziato 5 milioni di euro per le visite mediche sui lavoratori che sono stati a contatto con l’amianto mediante un Programma di Sorveglianza Sanitaria, stipulato a Maggio 2008, che dispone il monitoraggio degli oltre 12.600 lavoratori campani esposti ad amianto.

A tutt’oggi non mi risulta che queste visite siano iniziate. In questa direzione, la mia interrogazione di Gennaio scorso chiedeva all’Assessore alla Sanità Angelo Montemarano perché le visite preventive non fossero iniziate alla data prevista dell’1 Gennaio 2009. Da allora, purtroppo, i lavoratori campani colpiti dalle inalazioni di amianto sono ancora in attesa. Risulta però che, dal prossimo mese di Maggio, le visite preventive dovrebbero cominciare ad essere eseguite. Su questo vigileremo in Consiglio e chiediamo la vigilanza a tutte le organizzazioni sindacali e a quanti sta a cuore questo problema, che non è solo sanitario ma sociale.

Oltre a corrodere i polmoni delle vittime fino alla morte, le fibre di amianto hanno rovinato la vita di tante famiglie. Le parti lese arrivano a quasi 3000 persone, quasi 6000 con gli eredi delle vittime. L’accusa che pende sul capo degli ultimi proprietari dell’Eternit è gravissima: disastro doloso. Accoppiato all’omissione dolosa di misure antinfortunistiche e la bonifica delle aree di lavoro contaminate. Imputazioni che danno il quadro delle responsabilità e delle omissioni sui rischi specifici del cemento-amianto.

In Italia l’Eternit ha gestito quattro stabilimenti: Casale Monferrato e Cavagnolo in Piemonte, dove è iniziato tutto – coi primi casi accertati di mesotelioma e asbestosi, Bagnoli in Campania e Rubiera di Reggio in Emilia Romagna. Per le proporzioni del problema e l’estensione delle malattie respiratorie – e i danni immediati e successivi, gli operai delle tre regioni, come di Belgio, Svizzera, Francia e Olanda, hanno invaso Torino con striscioni, bandiere, fischietti e tamburi.

A questa folla grande faccio arrivare la mia più profonda solidarietà, dicendo che mi sento in mezzo agli operai, non solo i campani ma tutti, e lotto con loro, in attesa di una sentenza della Procura torinese che accerti le responsabilità penali dei dirigenti, assenti dal processo. A questa grande folla di facce e storie voglio dire che seguo attentamente la sua battaglia, che è anche la mia. E mi auguro, anzi sono sicuro che sarà vinta.

Antonio Amato

I risultati choc del questionario sulla legalità promosso dall’associazione “studenti contro la camorra” mi spingono ad intraprendere, con forza, un’azione politica in merito.

E’ ora di ascoltare la voce dei giovani. Questo è stato il mio primo commento alla lettura dei risultati del questionario sulla legalità promosso dall’associazione “studenti napoletani contro la camorra” tra 6000 studenti campani.

L’indagine evidenzia la scarsa diffusione, tra i giovani, della cultura della legalità e la loro sfiducia nei confronti delle opportunità offerte dalla nostra terra.

Credo fermamente nell’idea che la politica si costruisca dal basso e che i cittadini – ed in particolare i giovani - debbano partecipare direttamente alla costruzione di azioni concrete che rispondano ai problemi della società; è mia intenzione, pertanto, richiedere ufficialmente un’audizione dei rappresentanti della suddetta associazione al presidente della “commissione speciale politiche giovanili” del consiglio regionale della Campania.

Altre Risposte

1)    Mario Pollice mi chiede un parere sulla sanità. In Consiglio regionale in questa legislatura abbiamo lavorato bene approvando leggi importanti come il Piano ospedaliero regionale, la legge sulle nomine dei primari, il nuovo sistema di accreditamento e quella che istituisce la Soresa con la centralizzazione degli acquisti. In particolare l’approvazione del Piano ospedaliero era una riforma strutturale, attesa da anni, che abbiamo varato  rispettando contestualmente l’impegno assunto nei confronti del governo Prodi, nell’ambito del patto per salute siglato a livello nazionale, creando le condizioni per razionalizzare le risorse, migliorare le prestazioni sanitarie, tagliare i rami secchi, ridistribuendo i posti letto senza tagliarne alcuno, potenziando tutte quelle discipline nelle quali c’è la famosa lista di attesa, istituendo il principio della Rete di servizi offerta ai cittadini. Insomma ci sono tutti gli strumenti legislativi per  cambiare marcia nel campo della sanità.  E’ necessario, in base anche all’intesa che facemmo con il governo Prodi, compiere uno sforzo in più nella direzione dell’eliminazione degli sprechi e di una maggiore razionalizzazione di tutto il sistema sanitario regionale. E’ quello che dobbiamo fare nelle prossime settimane, sapendo che dobbiamo muoverci con un forte senso di responsabilità, senza badare agli interessi localistici o a quelli dei notabilati consolidati ma al bene comune dei cittadini, garantendo innanzitutto l’efficienza dei servizi sanitari e tutelando il diritto alla salute. Su questa linea dobbiamo sfidare l’opposizione in Consiglio regionale ad uscire allo scoperto. Sarebbe incomprensibile se il centrodestra a Roma (dove è forza di governo) predicasse maggiori tagli e lotta agli sprechi, e in Campania cavalcasse le proteste localistiche per mettere in difficoltà il governo regionale e la maggioranza di centrosinistra. Tutto ciò, naturalmente, richiede un alto senso di responsabilità da parte della maggioranza per farsi carico dei problemi dei cittadini. 

2)    Ringrazio Massimo per avermi chiesto del mio impegno per le politiche sulla casa. Lo ringrazio perché in IV commissione regionale sto seguendo proprio queste tematiche. Sulla base della mia esperienza posso affermare che c’è bisogno di una vera e propria svolta nella politica della casa. Strada già tracciata dalla Regione Campania. E’ necessario rivedere un modello di edilizia pubblica che si è realizzato dagli anni 50. Non è possibile avere interi rioni senza attività economiche e produttive (vedi ad esempio Scampia ed altre zone periferiche della città di Napoli). La questione abitativa deve essere coniugata strettamente alla rivitalizzazione socioeconomica dei quartieri. Per questo mi sono battuto affinché per le politiche della casa venissero utilizzati, sia pur indirettamente per le spese di riqualificazione e risanamento  territoriale e per gli insediamenti produttivi (artigiani, piccole  e medie imprese), i Fondi europei, in particolare i Fondi Fas (Fondi per le Aree Sottosviluppati). E’ chiaro che sono previsti i fondi regionale e statali ed è altrettanto chiaro che, per attuare un programma che guardi alle categorie sociali disagiate ma anche a coloro che, non potendo accedere ai bandi Erp,  non hanno la possibilità di accollarsi un mutuo o un canone a prezzo di mercato, occorre  attrarre risorse private perché solo con i finanziamenti pubblici non ce la facciamo. Si è affermato il concetto di Edilizia Sociale. Tale concetto consente di riconnettere nell’attività delle opere di urbanizzazione le cubature destinate da alloggi. Ci consente(come è previsto nell’utilizzo dei fondi) di porre le condizioni  per le realizzazioni di project financing con un mix di capitale pubblico e privato. E’ ciò che sta accadendo in molti comuni i quali hanno predisposto piani di riqualificazione di intere aree, in particolare ricordo i progetti predisposti nella zona Nord di Napoli. Per quanto concerne i fondi alle famiglie è stato istituito il contributo in conto interesse per l’accesso ai mutui delle giovani copie. Il contributo abbatterà gli interessi dei mutui fino a 14 anni con un bado che è stato pubblicato a luglio con scadenza il 9 settembre. Bisogna ora agire in due direzioni: da un lato la programmazione che dovrà incidere e portare a riforma strutturali; dall’altro l’emergenza dovuta al problema degli sfratti. Per questo è necessario accelerare i programmi, istituire da parte dei Comuni graduatorie per l’acquisto degli alloggi, per i contributi di sostegno al canone e per l’assegnazione degli alloggi Erp. Infine per quanto concerne situazioni specifiche sono disponibile a fare appositi riunioni, incontro per illustrare meglio i programmi, per dare una mano alla risoluzione dei problemi ma anche per ascoltare suggerimenti e modifiche da apportare a proposte di norme legislative che sono agli atti della IV commissione.

Le prime risposte

Ho letto i vostri commenti e le domande che mi avete rivolto. Proverò a rispondere a tutte, distinguendo, solo per ragioni di spazio e di lunghezza, le questioni più politiche dalle domande specifiche su singole tematiche. Partiamo dalla politica.

1)    Sulla crisi finanziaria. Canzanella ha dato voce ad una paura diffusa. Condivido in pieno ciò che ha detto il Pd, attraverso il ministro dell’economia del governo ombra Bersani. Esistono due livelli sui quali occorre intervenire: uno che riguarda la macroeconomia, l’altro che impatta sulla vita quotidiana di tante famiglie e di tante piccole imprese. Noi siamo pronti a fare la nostra parte per attenuare gli effetti della crisi finanziaria che si è abbattuta sui mercati internazionali, ma le misure urgenti varate dal governo Berlusconi non sono sufficienti perché il rischio più evidente è che la crisi si trasformi in crisi economica e sociale. Per questo occorre intervenire su salari, stipendi e pensioni per rilanciare i consumi che stanno crollando anche in settori che, fin qui, non ne avevano risentito e bisogna salvaguardare le piccole e medie imprese e i risparmiatori. In Parlamento il Pd lavorerà per modificare il decreto e introdurre due punti fondamentali: gli aiuti alle fasce più deboli, a chi guadagna di meno, a chi ha mutui o vive in affitto e l’introduzione di un fondo di garanzia per un facile accesso al credito delle piccole e medie imprese che sono il motore della nostra economia. Su tali proposte manifesteremo il 25 ottobre, per sottolineare che la nostra opposizione non è solo “contro” ma “per”.

2)    Sull’alleanza Pd-Udc in chiave regionale. Partiamo da alcune riflessioni. L’esperienza dell’Ulivo e della coalizione di centrosinistra non è più riproponibile. Abbiamo fatto una scelta alle ultime elezioni politiche di “correre da soli” e riterrei sbagliato oggi tornare indietro all’esperienza del centrosinistra così come l’abbiamo vissuta. Ciò non vuol dire ovviamente che non dobbiamo porci il problema di quale coalizione presentare alle prossime scadenza elettorali. Io ritengo che bisogna partire dai contenuti e dalla capacità di presentarsi agli occhi degli elettori come coalizione in grado di stilare un programma condiviso per poi  decidere e attuare il programma. Sui rifiuti ad esempio paghiamo anche il prezzo di non aver saputo decidere quando potevamo farlo. A partire da ciò, e non da geometrie elettorali decise a tavolino, dobbiamo ragionare sulle alleanze, dobbiamo saper guardare alla sinistra di governo e al centro. La Campania è stata per anni il laboratorio del centrosinistra e, come ricordava Sales, spesso è stata determinante  per la tenuta del centrosinistra nazionale. Non a caso la crisi della coalizione è stata anticipata e vissuta per prima nella nostra regione. Proprio per questo dobbiamo saper costruire e ponderare con equilibrio un’alleanza che tenga conto di più fattori: da un lato della necessità del rinnovamento, dell’apertura di una stagione di cambiamento, dall’altro del radicamento sul territorio, ricordando ad esempio con franchezza che l’Udc con De Mita ha un riferimento territoriale molto forte e che, quando abbiamo provato con i progressisti a fare a meno di questa forza popolare, abbiamo perso.

3)    Sull’antipolitica, c’è stato più di un commento, di molti giovani, a testimoniare un nuovo interesse che forse, e spero, il Pd ha rimesso in circolo. Penso ai post di Annalisa, Virginia, a quello di Gianluca che indirettamente pone lo stesso problema quando mi chiede come è possibile avvicinare i giovani alla politica. Ora, premesso che questo è il Paese dove Berlusconi per tre volte è diventato il capo del governo facendo leva proprio sull’antipolitica, che ci sono parlamentari inquisiti e condannati, che c’è disillusione verso la politica  e la partecipazione, che c’è bisogno di un rinnovamento generazionale, io devo dire che non ho condiviso la frase detta da Beppe Grillo a Bologna che, se ricordo bene, diceva pressappoco: “Io i partiti li voglio distruggere. I partiti sono il tumore della nostra democrazia”. E mi sono molto risollevato quando ho visto la partecipazione che c’è stata alle primarie del Pd il 14 ottobre. Una grande partecipazione, di massa, nonostante i dissidi e le guerre intestine che pure ci sono state in Campania. Quella partecipazione è stata la migliore risposta che il nascente Pd poteva dare al movimento dei cosiddetti grillini e ha ridato centralità e valore al partito, quale strumento per partecipare alle decisioni e alla vita democratica. Il popolo delle primarie ha dato voce ad un forte bisogno di politica,ha travolto i modelli del passato, come ha detto Veltroni, e  ha fatto emergere un nuovo protagonista: non più l’iscritto-tesserato né il politico professionista remunerato, ma il cittadino-elettore attivo, che perlopiù non intende dedicarsi stabilmente alla politica, ma rivendica il diritto di far sentire e pesare la propria voce nei momenti decisivi della vita del partito nel quale si riconosce. Un bisogno di politica che, nonostante la sconfitta elettorale, abbiamo visto anche nelle iniziative della campagna elettorale. Non  a caso ho voluto ricordare ora queste parole, ora che stiamo costruendo il Pd e stiamo facendo il tesseramento. Perché non vorrei che soffi anche nel PD il vento dell’antipolitica.  No! Ai giovani, ai vecchi militanti che si sono riavvicinati, a quelli che magari per mesi hanno assistito impotenti nelle sezioni alle nostre lotte intestine, dobbiamo consegnare le chiavi del partito, prendendo di petto il vero nodo che da anni abbiamo dinanzi: la crisi della democrazia e  della rappresentanza. Un nodo la cui risposta , si è detto, è appunto, nella nascita del Partito Democratico. Ecco questo è il problema che abbiamo innanzi: come si stimola il tessuto civile della partecipazione democratica, come costruiamo un nuovo partito e definiamo “regole certe” che non consentano più la degenerazione dei notabilati ad hoc, dei pacchetti di tessere e voti utilizzati come clave nella lotta politica, infine quale forma di legittimazione debbano avere le decisioni che vengono assunte. Liquidare la faccenda con il teorema che tutto il bene e il nuovo stia nelle primarie e tutto il vecchio nelle sezioni non aiuta a fare passi avanti e rischia di gettare il bambino con l’acqua sporca. Sarebbe l’ennesima scorciatoia politica. Non abbiamo bisogno di fragilità, leggerezza, flessibilità. Tra un partito fortemente strutturato o asfittico e un partito leggero che affida di volta in volta le decisioni più importanti agli elettori  ci sarà pure una via di mezzo! Dagli anni ‘80 ci interroghiamo sulla crisi della democrazia e l’abbiamo letta con le lenti dell’autorevolezza della leadership, delle regole elettorali, delle ondate di antipolitica. Poco o per niente sul terreno del coinvolgimento degli iscritti o militanti, dei loro diritti e dei loro doveri, dell’identità culturale che si offre e dell’asse programmatico che permette di riconoscersi in una comunità e in un’esperienza collettiva. Sta anche qui, credo, il valore alto e politico della costituente: per quanto mi riguarda, per la mia storia politica la sfida è la costruzione di un nuovo partito, di un nuovo progetto nel quale sia possibile portare l’autonomia culturale della sinistra italiana, ripartendo dal territorio, investendo su di esso, selezionando così i dirigenti del partito. In queste settimane, nelle quali in tanti e in tante stanno aderendo al partito, mi convinco sempre di più che nel Pd  non può essere il centro che seleziona ma è la base che promuove; che occorre una svolta per non schiacciare più la politica sulla gestione e non ridurre la costruzione del consenso a mera tecnica di gestione del potere. Al contrario occorre praticare una cultura di governo che metta la politica al servizio della risoluzione dei problemi. Sarebbe un  significativo cambio di passo se, per strutturare il partito, tenessimo conto di tutto ciò.