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Archivi per la sezione ‘Rifiuti’ .

Follia pensare di aprire nuove discariche a Chiaiano

«Le indagini in corso su eventuali ampliamenti non autorizzati della discarica di Chiaiano gettano nuove ombre su una gestione nefasta che ha causato e ancora genera gravi danni e disagi. Ora basta, si chiuda questa discarica e si avvii il piano di bonifica» lo afferma il Presidente della Commissione Regionale per le bonifiche e i siti rifiuti Antonio Amato «Ribadiamo inoltre la piena contrarietà, già espressa in modo bipartisan da questa commissione, all’apertura di una nuova discarica che insista su quest’area. La sola idea rappresenta una vera e propria follia che non tiene conto di quanto si è determinato su questo territorio. Oltre a quanto prodotto dalla discarica di Chiaiano» continua Amato «da mesi denunciamo la necessità di verificare quanto è stato determinato in cave vicine, come cava Zara, da probabili scarichi abusivi. Esistono incartamenti e analisi già realizzate che evidenziano gravissimi sforamenti nelle acque di pozzo di fluoruri, arsenico e idrocarburi. E invece di dare finalmente giustizia a questi territori e popolazioni si continua a scaricare a Chiaiano e addirittura si ipotizzano nuovi sversatoi nelle immediate vicinanze? I rappresentanti istituzionali» afferma il Presidente della Commissione Regionale «dovrebbero fare un bagno di umiltà, ammettere i propri errori, iniziare a prestare maggiore ascolto a comitati e cittadini che da anni portano avanti una pacifica battaglia di civiltà anticipando eventi che poi ha dovuto tragicamente appurare la magistratura. E’ quindi urgente» conclude Amato «recuperare credibilità dando seguito ai patti siglati, e quindi chiudendo la discarica e avviando la bonifica. Non si può continuare a prendere in giro la gente».

la camorra è una montagna di merda che produce morte. Parta una campagna verità

«Quelli della camorra sono crimini contro l’umanità perché i disastri ambientali di cui è artefice sono equiparabili a un vero e proprio genocidio» lo afferma il Presidente della Commissione ecomafie del Consiglio Regionale Antonio Amato «L’ennesimo sequestro di discariche abusive con rifiuti tossici nel casertano nella cui gestione risulterebbero coinvolti i casalesi, e in cui sarebbe finito pure l’amianto di Bagnoli, rappresenta l’ennesima dimostrazione del fatto che questi clan, quanti con loro hanno fatto affari, compresi imprenditori e classe dirigente connivente, rappresentino il cancro di questa regione. Un cancro da estirpare» continua Amato «Lo stanno facendo magistratura, forze dell’ordine, associazioni che lavorano su questi territori. Ma, sul versante della lotta a tutela dell’ambiente è necessario uno sforzo ulteriore delle istituzioni almeno su tre versanti: l’individuazione del reato ambientale nel codice penale, la creazione di nuclei territoriali interistituzionali contro le ecomafie e una mobilitazione per individuare, in sede internazionale, i disastri ambientali tra i crimini contro l’umanità. Di certo» afferma il Presidente della Commissione Regionale «c’è la necessità di primi atti concreti per bonificare i territori e recuperare anche la fiducia dei cittadini. Ma si può partire da subito anche con una campagna di sensibilizzazione che coinvolga tutte le istituzioni locali e metta in evidenza cosa la camorra ha prodotto con i suoi traffici. Testimonianze come quelle prodotte da La Terra dei Fuochi nel giuglianese hanno prodotto risultati straordinari, capaci di rompere il silenzio. Bisogna spezzare il circuito del consenso sociale e potrebbe essere utile anche una campagna come quella contro l’anoressia, che raffiguri visivamente i disastri di cui questi criminali sono stati artefici e le loro conseguenza. La camorra è una montagna di merda che produce morte» conclude Amato «Le istituzioni devono avere il coraggio di veicolare questo messaggio».

Antonio Amato e Mafalda Amente (presidente e vicepresidente Commissione regionale bonifiche) – nota congiunta – «Escherichia Coli, nel 2011, dal depuratore di Cuma è finita a mare acqua contaminata fino a 150 volte oltre i limiti della legge»

«Acqua contaminata da escherichia coli fino a 150 volte oltre i limiti previsti, sforamenti di azoto ammoniacale, di COD e di BOD. Esaminando i dati delle analisi del 2011 del depuratore di Cuma si ha una fotografia allarmante» lo denunciano in una nota congiunta Antonio Amato e Mafalda Amente, rispettivamente Presidente e  Vicepresidente della Commissione Regionale sulle bonifiche e i siti smaltimento rifiuti che la scorsa settimana si sono recati in sopralluogo presso l’impianto di depurazione flegreo «Già il sopralluogo denunciava una situazione estremamente preoccupante, con impianti fermi, centraline di controllo mai entrate in funzione, operai in agitazione, denuncie di scarichi industriali. E le cattive sensazioni sono state confermate già dal primo esame degli incartamenti che ci siamo fatti consegnare». Le relazioni mensili sul funzionamento dell’impianto, infatti, mostrano alcuni dati allarmanti «Stiamo esaminando i dati del 2011. Dalle analisi chimico fisiche si evidenzia che almeno fino alla metà di agosto, per tutti i mesi di quest’anno, in alcuni giorni l’acqua usciva dall’impianto con quantità di escherichia coli ben oltre i limiti previsti dalla legge. Il 28 aprile, ad esempio, di fronte al limite di 5000 unità formati colonie su100 ml è finita a mare acqua con quantità batteriche pari a 750 mila ufc/100 ml. E scarichi in mare di acque con oltre 100 mila ufc si ritrovano anche a gennaio, febbraio, marzo, giugno (con un picco oltre le 500 mila), luglio. E In ogni caso>> affermano ancora Amato e Amente «per l’Escherichia ci sono sforamenti fino a 10 volte superiori i limiti in tutti i mesi dell’anno. Associazioni come Legambiente denunciano da anni l’inquinamento per quelle coste di escherichia, e la volontà di contraffare proprio questi limiti è stata anche al centro dell’azione giudiziaria che ha interessato la gestione del depuratore. Dobbiamo ricordare che si sta parlando di inquinamento fecale, e che il limite per la balneazione è di 500 ufc. Questi sforamenti, quindi, determinano enorme preoccupazione per le ripercussioni sulla salute. Anche perchè» proseguono Presidente e Vice Presidente della Commissione Regionale «a quelli dell’Escherichia si sommano i puntuali sforamenti di azoto ammoniacale con quantità che sfiorano i limiti dello scarico in fogna. Dati direttamente correlati alla proliferazione delle alghe. Ancora parametri fuori norma di COD e BOD a dimostrazione di un impianto che sarebbe quasi da rottamare. Insomma» concludono Amato e Amente «servono risposte ed interventi urgenti da parte di tutte le autorità competenti. E’ giunto il momento di affrontare seriamente la riorganizzazione generale dell’intero sistema di gestione del ciclo delle acque in Campania».  

Sopralluogo al depuratore di Cuma, situazione allarmante, tra impianti fermi e obsoleti e scarichi di borlande di distilleria.

«Quella del depuratore di Cuma è una situazione allarmante che va urgentemente affrontata. Lo stato dell’arte constatato questa mattina è di enorme sofferenza, tra impianti fermi e comunque obsoleti, cantieri aperti ma senza operai al lavoro, centraline di controllo mai messe in funzione, denuncie di scarichi industriali non autorizzati in un impianto che dovrebbe accogliere solo scarichi domestici. E’ ora di fare chiarezza». E’ la denuncia del Presidente della Commissione Bonifiche della Regione Campania Antonio Amato che questa mattina, con il vicepresidente della Commissione regionale Mafalda Amente, Il Sindaco di Bacoli Ermanno Schiano, alcuni esponenti delle forze politiche e dell’associazionismo del territorio dell’Area Flegrea ha effettuato un sopralluogo presso il Depuratore di Cuma «Abbiamo dovuto constatare addirittura che gli operai che operano per il trattamento dei fanghi non possono farsi la doccia perché c’è una banale caldaia rotta da mesi» afferma Amato «Le vasche di sedimentazione primaria e secondaria erano per il 50% ferme. Questo determina anche l’impossibilità di sfruttare appieno le migliorie tecniche apportate. Una situazione» continua Amato «determinatasi anche e soprattutto per il contenzioso, anche di natura giudiziaria, tra Regione e Hydrogest». Al momento, infatti, dopo l’intervento della magistratura, gli impianti sono stati riconsegnati alla Regione senza che l’Hydrogest completasse le opere di rifunzionalizzazione necessarie. Le vasche, così sono per la metà ferme eppure, secondo quanto dichiarato dallo stesso responsabile regionale per il Ciclo Integrato delle Acque, l’ing. Manlio Martone che questa mattina ha accompagnato la commissione «l’impianto è obsoleto, è sicuramente necessaria la rifunzionalizzazione e l’adeguamento alla normativa. Al momento» ha dovuto ammettere l’ingegnere «l’impianto sicuramente non è ancora a norma». I responsabili dell’Hydrogest presenti, l’ingegner Maurizio Rossi e la Dottoressa Silvana Fiorillo che coordina tutti i laboratori della società, hanno denunciato che lo sforamento di alcuni parametri rispetto alle tabelle previste è dovuto «soprattutto all’arrivo di scarichi industriali non autorizzati, che giungono perlopiù dalla zona ASI di Giugliano. Sono anni che denunciamo la questione alle autorità competenti» hanno detto i responsabili Hydrogest «ma ad oggi continuano a giungere borlande di distilleria, a cui spesso, soprattutto dal collettore di Napoli, si aggiunge zinco» Viene messo così in crisi il trattamento biologico a fanghi attivi. E la situazione si ripeterebbe anche al depuratore di Napoli Nord dove si sono verificate le immissioni non autorizzate di carichi organici estremamente tossici «E’ una denuncia molto grave sulla quale interverremo con la massima urgenza» ha affermato il Presidente Amato «Organizzeremo un immediato sopralluogo presso il depuratore della zona ASI per capire perché questi rifiuti non vengono trattati come previsto dalla legge. Ma chiederemo anche conto di queste due centraline dell’ARPAC, per controllare i flussi di entrata ed uscita, che dopo tre anni sono ancora inattive». Le centraline, difatti, risultano istallate e in fase di collaudo, ma la commissione ne ha dovuto constatare il sostanziale stato di abbandono tra le erbacce «Ed anche l’acqua che va a finire in mare» ha concluso Amato «a vista sembrava tutt’altro che completamente depurata». I tecnici dell’Hydrogest, in verità, hanno provveduto a prelevare un campione ed analizzarlo. E le prime analisi sarebbero tranquillizzanti «E’ il fondo del canale che è sporco e dà quella colorazione» hanno spiegato «ma pulirlo sarebbe molto complicato, soprattutto perché non sapremmo dove portare i residui». Nel frattempo, invece, vengono portati in Puglia i residui dei fanghi, con volumi e costi molto elevati perché l’impiantistica per la disidratazione, che ne ridurrebbe il peso, non è mai entrata in funzione. «Abbiamo verificato la sussistenza di una situazione critica» conclude Amato «Ora verificheremo i dati delle analisi che abbiamo richiesto. Ma c’è un problema strutturale, di programmazione, adeguamento degli impianti e nuova individuazione del gestore che vanno urgentemente risolti».

Numeri e dati terrificanti indicano l’urgenza degli interventi di risanamento ambientale a partire dalle Aree Vaste. E serve, soprattutto, una grande operazione verità

«Oltre 2 milioni e 700 mila mq di territorio definiti “aree vaste”, cioè devastati dalla presenza contemporanea di più discariche, legali e illegali, oltre 17 milioni e 400 mila metri cubi di rifiuti stimati (solo tra quelli noti),  livelli di inquinamento di suoli e falde acquifere drammaticamente accertati e per i quali è di massima urgenza intervenire. A questi dati si devono aggiungere quelli relativi ai suoli di interconnessione tra le singole aree, l’immensa area dei Regi Lagni dalle Pendici settentrionali del Somma Vesuvio, al bacino sud-ovest del bacino Liri-Garigliano-Volturno, e quella del fiume Sarno. Sono cifre, dati che fanno impressione, ma non si può continuare a far finta che non esistano» Il presidente della commissione regionale Ecomafie e bonifiche Antonio Amato sta approfondendo in questi giorni lo studio di alcuni incartamenti forniti dall’ARPAC a partire dalla “Relazione sullo stato dei siti contaminati e potenzialmente contaminati in Campania aggiornato a settembre 2010 «C’è bisogno di una grande operazione verità. Le Aree Vaste, Pianura, Masserria del Pozzo, Maruzzella, Regi Lagni, Lo Uttaro, e appunto i Regi Lagni e il fiume Sarno, sono così definite per la contemporanea presenza, in porzioni di territorio relativamente limitate, di più siti inquinanti e/o potenzialmente inquinate. Stiamo parlando di enormi porzioni di territorio dove i prelievi dai suoli e dai pozzi spia hanno già individuano superamenti per manganese, ferro, fluoruri, cloruro di vinile, benzo(a)pirene, arsenico, piombo, nitriti, selenio. E ancora, come a Pianura di cobalto, rame, stagno, berillo. Senza parlare naturalmente del biogas e del percolato. Nella sua relazione» continua Amato «l’Arpac afferma che tali aree necessitano ancora, in molti casi, anche di interventi di messa in sicurezza d’emergenza, e in molte ex discariche mancano anche i teli di copertura. Nella relazione» continua Amato «è scritto con chiarezza che le diverse indagini effettuate nel tempo hanno evidenziato situazioni di contaminazione delle acque sotterranee. Sono aree che coincidono in gran parte con i Siti d’Interesse Nazionale e per i quali da troppi anni si sta attendendo che il governo nazionale, il ministero all’ambiente, il governo regionale intervengano. Quanto si sta mettendo in campo oggi a Giugliano alla Resit deve essere necessariamente ed urgentemente esteso almeno all’intero territorio delle aree vaste, nonché in quelle porzioni di territorio come Terzigno e Chiaiano dove ancora insistono discariche aperte ma ormai all’esaurimento. Questi interventi rappresentano una priorità assoluta per la quale non è più procrastinabile l’attesa di fondi e si deve dare sostanza alle tante promesse sprecate. La priorità di questo consiglio regionale e della giunta deve essere il risanamento ambientale» afferma il Presidente della Commissione Regionale «E c’è bisogno di trasparenza e chiarezza. Anagrafe e censimento dei siti inquinati o potenzialmente inquinati in Campania, restituiscono una situazione drammatica e, realisticamente, sarebbero necessarie oltre 4 finanziarie dello stato per addivenire ad una bonifica completa. Per questo» conclude Amato «c’è bisogno di individuare priorità e progetti d’intervento seri. Anche perché, come denuncia la realtà fattuale e la lettura delle carte, in questi anni si è fatto davvero poco e si dovrebbe verificare quanti e quali fondi sono giunti e come sono stati realmente spesi»

L’intero ufficio di Presidenza della commissione è con l’amministrazione di Marano per dare seguito ai progetti di riutilizzo dei beni confiscati e dire no a nuovi invasi.

Piena sinergia con l’amministrazione comunale di Marano sulla necessità di sbloccare i progetti di riutilizzo dei beni confiscati presenti sul territorio e sul no a nuovi invasi per rifiuti da realizzare tra Chiaiano e la stessa Marano. Sono i principali risultati dell’incontro che si è tenuto questo pomeriggio tra l’ufficio di Presidenza della III Commissione Regionale Speciale su beni confiscati e siti di smaltimento rifiuti (presenti il Presidente Antonio Amato, il vicepresidente Mafalda Amente e il segretario Corrado Gabriele), il sindaco di Marano Mario Cavallo ed alcuni rappresentanti della nuova amministrazione comunale. La discussione è partita dalla necessità di definire un piano complessivo per il riutilizzo dei beni confiscati comunali «Sui beni confiscati esistono delle assolute priorità»  afferma il Presidente Amato «avere un quadro complessivo preciso, determinare le reali possibilità di riutilizzo sostenibile, e dare seguito ai progetti già avviati. Innanzitutto» afferma Amato «quelli per l’asilo nido e l’isola ecologica. Su quest’ultimo si deve dar seguito all’ordine del giorno approvato all’unanimità dal consiglio regionale per ripristinare i fondi stanziati dalla regione e poi bloccati a seguito delle vicende del patto di stabilità. Ora però la giunta Caldoro non può più temporeggiare e deve tener conto dell’atto di indirizzo del consiglio regionale. Questa» afferma il Presidente della Commissione «è un’opera di fondamentale importanza per un comune che raggiunge addirittura il 60% di differenziata» Le tematiche legate ai beni confiscati e quelle sui rifiuti si sono quindi immediatamente intrecciate. Anche alla presenza di alcuni rappresentanti dei comitati contro la discarica di Chiaiano, amministrazione comunale e commissione regionale sono unanimemente convenuti sull’impossibilità ampliare la discarica di Chiaiano e di realizzare su questo territorio nuovi invasi «L’intero ufficio di Presidenza» afferma Amato «all’unanimità dice un no convinto a ipotesi di ampliamento di Chiaiano o di realizzazione di nuove discariche su questi territori. Non esistono le condizioni per individuare qui le cave di cui si è letto. Un territorio bisogna conoscerlo, non definirlo solo attraverso le mappe. Addirittura si parla di due invasi, uno a Chiaiano uno a Marano, come se stessero a centinaia di km di distanza e non si trattasse di un unicum territoriale. Qui» conclude il Presidente della Commissione «si è già dato tanto in termini di vivibilità, qualità della vita, e di salute. Ora è il momento di determinare misure e tempi certi per la bonifica. Non altro».

Sopralluogo alla ex centrale nucleare del Garigliano. Torno con una certezza rafforzata: assurdo pensare a nuove centrali

Una stima di 4,5 miliardi di euro per lo smantellamento, il decommisioning, dei siti nucleari nazionali, 450 milioni di euro per quello del Garigliano (costi “scaricati” sulla bolletta elettrica), una mole nazionale complessiva di rifiuti nucleari pari a circa 80 mila metri cubi, tra i 6 mila ed i 7 metri cubi quelli del Garigliano, un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi (il Parco Tecnologico) i cui lavori dovevano partire nel 2009 e per il quale, invece, devono essere ancora individuati i criteri delle potenziali aree che dovranno ospitarlo. Nel frattempo i rifiuti radioattivi resteranno sui siti delle ex centrali, ma si tratta di quelli di prima e seconda categoria, quelli cioè di bassa e media attività, mentre quelli di terza categoria derivanti da combustibile nucleare, sono quasi tutti tra l’Inghilterra e la Francia per il riprocessamento, e torneranno in Italia entro il 2025. In realtà le 13 tonnellate di residui di elementi di combustibile del Garigliano sono ancora in Italia, al deposito Avagadro di Sallugia, ma saranno trasportati in Francia entro il 2012, in base all’accordo complessivo da 250 milioni di euro siglato da Sogin e Areva. Sul sito del  Gariglaino, quindi, resteranno fino all’apertura del Parco Tecnologico i rifiuti di bassa e media attività,  “temporaneamente” stoccati nei depositi D1 e Diesel, appositamente riattati, ed in altri depositi temporanei sul sito. Nel frattempo si procede alla bonifica delle cosiddette “trincee”, le buche, oggi coperte con un’apposita struttura di contenimento, dove sono interrati i resti di indumenti e altro materiale di risulta utilizzati negli anni di  attività della centrale, che andranno messi in sicurezza e anch’essi stoccati nei depositi. A breve si inizierà poi a lavorare per lo smantellamento del vecchio camino (che sarà sostituito da uno più piccolo e moderno) e l’abbattimento del serbatoio di quota. Sono questi alcuni dei dati emersi nel corso del sopralluogo effettuato nella giornata di venerdì dal Presidente della Commissione Regionale sulle bonifiche ambientali ed i siti stoccaggio rifiuti Antonio Amato, insieme al Direttore di Legambiente Campania Raffaele Del Giudice e alla responsabile del circolo di Legambiente di Sessa Aurunca Giulia Casella, presso il sito dell’ex centrale nucleare del Garigliano dove hanno incontrato il management della Sogin. I tecnici della Sogin hanno quindi rassicurato le istituzioni presenti al sopralluogo sui controlli dei livelli di radioattività della Piana del Garigliano che non avrebbero prodotto alcuno sforamento, ed hanno ribadito che all’interno dei depositi temporanei realizzati nel sito saranno stoccati esclusivamente i rifiuti della centrale e non saranno portati rifiuti nucleari provenienti dall’esterno. Aspetto, quest’ultimo, sul quale anche il Presidente Amato ha richiesto la massima vigilanza e trasparenza.

«Quella del nucleare è una scelta assolutamente sbagliata» afferma Amato a seguito del sopralluogo alla ex centrale nucleare del Gargliano realizzato nella gioranta di venerdì con il Direttore di Legambiente Campania Raffaele Del Giudice e la responsabile del circolo di Legambiente a Sessa Aurunca Giulia Casella «E non solo per le primarie questioni legate alla sicurezza ed alla salute che hanno un peso determinante. Anche in termini di costi benefici, il calcolo appare del tutto privo di logica. Ancora oggi paghiamo sulla nostra bolletta i costi della dismissione delle passate centrali, ancora non sappiamo dove e quando precisamente si realizzerà questo deposito nazionale, ancora esistono incertezze sugli studi epidemiologici per quanto determinato sulla salute dalla presenza di queste centrali. Pensare di realizzare nuove centrali è una scelta del tutto scriteriata». Giudizio negativo che non si estende alla Sogin, estranea alla partita del nuovo nucleare, sulla quale il Presidente della Commissione esprime parole di apprezzamento «Ci troviamo di fronte ad un’azienda il cui core business è nella dismissione delle vecchie centrali e la gestione del Parco Tecnologico. Qui i ritardi che si stanno accumulando sono assurdi, anche perché, finchè non si realizzerà, il costo dei vecchi impianti aumenterà di anno in anno. Il management incontrato ha dato prova di volontà di collaborazione istituzionale e di buone pratiche di trasparenza. Inoltre» continua Amato «Ad un primo esame, il lavoro di bonifica sembra procedere positivamente. Certo non mancano criticità, ed innanzitutto la definitiva partenza degli studi epidemiologici e la mancanza di un protocollo di monitoraggio con ARPAC e ASL per il quale intendiamo promuovere un’azione di sollecito a questi enti strumentali della regione. E deve lavorare con maggiore efficacia il tavolo regionale sulla trasparenza, finalmente riattivato, dal quale dovranno anche pervenire proposte per la destinazione dell’area a bonifica ultimata. Progetto che manca ancora. Sperando, naturalmente» conclude il Presidente «che l’ipotesi di chiusura del 2022 venga rispettata. Quella del 2016 è già saltata». Una volta chiuso l’impianto, resteranno, naturalmente bonificati, l’edificio del reattore e quello della turbina, realizzati su progetto degli anni ’50 dell’architetto Morandi, e dichiarati beni di interesse storico come archeologia industriale. «Quello che appare evidente» commenta il Direttore di Legambiente Raffaele Del Giudice «è che i nodi del nucleare restano tutti al pettine, a partire da tempi e costi di dismissione esorbitanti. Le centrali furono realizzate senza tener presenti i rischi sismici, resta tutta aperta la questione delle indagini epidemiologiche. Di certo» continua Del Giudice «è stata una giornata molto positiva sia per l’ottima azione che la commissione guidata dall’Onorevole Amato continua a mettere in campo consentendo la verifica sul campo delle maggiori questioni ambientali della nostra regione, sia per l’apertura al confronto ed alla trasparenza mostrata dai tecnici della Sogin, attitudini che in settori come la gestione dei rifiuti difficilmente ritroviamo. Sicuramente» conclude Del Giudice «vanno rafforzati tavolo della trasparenza e sistemi di monitoraggio, e realizzati i dovuti protocolli con gli enti strumentali. Ma soprattutto, a livello nazionale e locale, serve un cronoprogramma certo delle attività di dismissione e bonifica delle centrali esistenti, ribadendo un fermo e convinto no su qualsiasi ipotesi di ritorno al nucleare»

Sopralluogo negli STIR di Tufino, Giugliano e Caivano. «Sistema in perenne affanno, dai risultati scarsi e dai costi enormi»

«Ogni STIR una realtà a sé, manca una politica di indirizzo comune, il sistema appare fragile e, soprattutto, negli ex CDR arriva tal quale che viene semplicemente tritovagliato. E se il secco che va ad Acerra è di qualità comunque scarsa, l’umido lo trasportiamo nelle discariche fuori regione, tra Sicilia, Toscana e Puglia, con un costo di circa 90 euro a tonnellata cui vanno aggiunti gli oneri di viaggio. E mancando a Giugliano un sistema di biostabilizzazione, il peso, e quindi il costo è pure maggiorato» lo afferma il Presidente della commissione regionale ecomafie e siti di smaltimento rifiuti Antonio Amato che questa mattina si è recato in sopralluogo all’interno degli ex CDR di Tufino, Giugliano e Caivano «A Caivano, dove la Partenope Ambiente ha investito oltre un milione di euro, la situazione appare migliore che a Tufino e Giugliano, ma l’impianto è stato chiuso per mesi, oggi raccoglie poco più di 300 tonnellate giornaliere provenienti da Napoli e tuttavia, se non si troverà una soluzione rapida per lo smaltimento della frazione umida, a giorni la fossa di conferimento sarà di nuovo piena e non si potrà più conferire qui» continua Amato «Abbiamo trovato ovunque personale e tecnici preparati e molto disponibili, ma le criticità sono evidenti: i sistemi di controllo a campione degli autocompattatori, inevitabilmente, non riescono a evitare che negli Stir, come rifiuto solido urbano non vigilato a monte, arrivi poi di tutto, dagli ingombranti ai rifiuti ospedalieri, dalle plastiche ai copertoni. La tritovagliatura diminuisce in parte i volumi, ma non riesce a garantire una soluzione sistemica. Le difficoltà e i costi di conferimento dell’umido, alla fine, riducono questi impianti a capannoni di deposito di rifiuti che imputridiscono e producono percolato che deve poi essere smaltito con ulteriore aggravio di costi. A Giugliano» dice ancora il Presidente della Commissione Regionale «non c’è nemmeno l’allacciamento fognario. Anche le acque di scarico devono essere conferite esternamente. E non si fa nemmeno la biostabilizzazione, eppure lì c’è un impianto che sarebbe dovuto essere all’avanguardia da un punto di vista tecnologico. Invece, nel corso degli anni si è lasciato del tutto inattivo, ed oggi appare più che altro un ammasso ferroso difficilmente riattivabile sotto il quale marciscono tonnellate di rifiuti. Ma, anche dove la biostabilizzazione si fa, come a Tufino (dove pure alcuni macchinari utili sono rimasti inattivi per anni) e Caivano, il materiale prodotto, certo con peso ridotto e non eccessivamente maleodorante, deve comunque finire in discarica o al massimo servire per opere di risanamento ambientale. Non si potrà produrre vero e proprio compost finché non si darà luogo ad una differenziata spinta, almeno al 50%. Eppure, a Caivano ci hanno spiegato che i loro impianti già sarebbero predisposti per un simile intervento. Inoltre» racconta Amato «le operazioni di revamping a Giugliano sono risultate, sostanzialmente, operazioni di manutenzione straordinaria, senza che venisse apportata alcuna innovazione tecnologica, e a Tufino non si sono mai realizzate. L’impiantistica, in questi luoghi, è ferma a dieci anni fa. Insomma, un sistema in perenne affanno, dai costi enormi, fragilissimo, che produce file di camion in attesa che inevitabilmente scaricano così altro percolato direttamente in strada» conclude il Presidente Amato «Serve una sterzata netta che ponga come obiettivo primario la differenziata spinta e, solo a seguito di questa, la realizzazione dell’impiantistica davvero necessaria. Ed una regia unica e forte che produca un Sistema integrato di smaltimento rifiuti. Altrimenti si rischia di creare altre cattedrali nel deserto».

Antonio Amato (Presidente Commissione Regionale Ecomafie e Bonifiche): «Sopralluogo con il Direttore di Legambiente Del Giudice all’area Resit di Giugliano. Assenza di controlli e sversamenti illeciti. Qui si consuma un perenne autunno dei diritti»

«Un’auto privata parcheggiata in curva, due persone che si aggirano nei paragi ed una scaletta di ferro a scavalcare la recinzione: siamo lungo il perimetro della Resit, l’enorme discarica sotto sequestro e quindi ipoteticamente inaccessibile. Ma qui non esiste alcun tipo di controllo, e lungo la strada continuano a sversare ed incendiare rifiuti» lo afferma il Presidente della Commissione Ecomafie, siti smaltimento rifiuti e bonifiche ambientali della Regione Campania Antonio Amato, che, accompagnato dal Direttore di Legambiente Campania Raffaele del Giudice si è recato in sopralluogo nella vasta area del giuglianese che ospita la Resit, la cosiddetta Cava zeta, la discarica Novambiente, le discariche Napoli 1,2 e 3, fino al CDR di Giugliano «E’un enorme inferno di munnezza che fuma ed emette miasmi nauseabondi» dice Amato «La strada TrePonti di Giugiano Parete, poi, di accesso a questi siti, è un enorme immondezzaio abusivo a cielo aperto. Amianto, scarti di fonderia, rifiuti solidi urbani e stracci e copertoni pronti ad essere usati come base di combustione. I resti di recenti incendi a testimoniare gli ultimi sversamenti eco mafiosi. E non una pattuglia, qualcuno a presidiare l’area. Uno sconcio che non può più essere tollerato». Amato e Del Giudice preannunciano «una congiunta richiesta urgente al Prefetto di Napoli, all’assessore all’ambiente Romano e al sindaco di Giugliano Pianese perché vengano rimossi tutti quei rifiuti, innanzitutto lamiere di amianto facilmente riconoscibiliۚ». Ma al di là della rimozione rifiuti Amato punta il dito sulla questione dei controlli «Non si può lasciare un’area del genere totalmente incustodita» afferma il Presidente della Commissione regionale «Un’area sottoposta a sequestro dovrebbe essere vigilata, soprattutto se si tratta di una zona così sensibile dove si continuano a scaricare rifiuti. Invece, i militari sono dentro al CDR, dove una fila di centinaia di camion in attesa, depositi pieni di rifiuti, un puzzo da vomito, restituisce l’immagine dell’ennesima sfiancante emergenza». Quindi Amato affronta la questione della bonifica: «Bisogna intervenire per mettere queste discariche quantomeno in sicurezza: teloni di copertura divelti, evidenti frane di terreno e immondizia, biogas che fuoriesce come gaiser dal terreno. E tutt’intorno campi agricoli. Quest’area» continua Amato «è stata devastata. Ora è necessario mettere in campo le azioni di bonifica. Ma anche queste sollevano dubbi: dove si porterà tutto il materiale inquinante? Quando avremo un crono programma serio, con l’individuazione reale dei tempi necessari? E quante risorse sono realmente disponibili? Intorno c’erano i peschi in fiore» conclude il Presidente della Commissione Regionale «ma l’unica cosa che qui  l’olfatto avverte è il tremendo fetore. E il nero di quei teloni immondi a macchiare ogni possibilità di primavera. Non solo della natura, ma della democrazia. Qui si realizza un perenne e cupo autunno dei diritti»     

Il mercato nella discarica: così, tra monnezza e topi, si vende la frutta a Ponticelli (e si sprecano oltre tre milioni e mezzo di fondi europei)

«La situazione che abbiamo vissuto questa mattina è indegna di un Paese civile, non può esserci un mercato rionale, nel quale si vendono tra l’altro generi alimentari, dove sta una discarica, e non è possibile che quello che doveva essere un sito temporaneo finanziato da fondi europei per il recupero di materiali presenti lungo gli assi viari, diventi un vero e proprio letamaio che emana un fetore devastante» lo afferma Antonio Amato Presidente della Commissione Regionale ecomafia, siti smaltimento rifiuti e bonifiche ambientali di ritorno da un sopralluogo a Ponticelli, al mercato rionale che sorge sotto al cavalcavia di via Dorando Pietri «Abbiamo realizzato un blitz in questo mercato a seguito di numerose segnalazioni. Le scene che abbiamo visto sono devastanti. A meno di cinque metri da enormi cumoli di immondizia si vendono arance, lattughe e carciofi; lungo tutto il perimetro del mercato giacciono centinaia e centinaia di copertoni, fusti di materiale non meglio identificato, rimasugli di incendi. A separare l’area di discarica e il mercato una rete arrugginita e in più punti divelta. Topi e insetti scorrazzano allegramente, ma quello che fa più impressione» continua Amato «è vedere la gente camminare nel mercato, acquistare come se nulla fosse. Non ci si accorge nemmeno più di quello scempio, e quando la monnezza diventa normalità, è messa in gioco la tenuta democratica di un Paese, il concetto stesso di cittadinanza». Ed oltre al danno la beffa «Mi sono vergognato a leggere fuori quello scempio il cartello con bandiera Europea che indicava lì un progetto cofinanziato dalla Comunità Europea per un “intervento di recupero ambientale di riqualificazione territoriale di alcune aree limitrofi agli svincoli viari di collegamento infraregionale ed autostradale”. Lavori, secondo quanto riportato dal cartello, per oltre 3 milioni e seicentomila euro, con 43 mila euro di oneri per la sicurezza. Di certo riqualificazione e sicurezza qui sono stati trasformati in spazzatura, e, inevitabilmente, i malfattori approfittano delle inadempienze delle istituzioni: tanti cittadini ci hanno segnalato che in quell’enorme sversatoio, e nelle aree limitrofe, giungono ogni notte a scaricare illecitamente, ed i copertoni diventano il letto di combustione per un’ecomafia che ha invaso Ponticelli. Lo avevano già segnalato i giovani e coraggiosi reporter di “Cittadini Giornalisti” e del periodico L’Inchiesta, lo avevamo denunciato anche noi, ma dopo stamattina si resta davvero senza parole. Anche perché» continua il presidente della Commissione Regionale «a poche centinaia di metri ci sono gli uffici della polizia ambientale. Ma come si può pensare di affrontare e risolvere l’ennesima emergenza se cosiddette azioni di riqualificazioni determinano questi scempi? Come è possibile permettere in quelle condizioni un mercato rionale? Da tempo la nostra commissione sta denunciando situazioni drammatiche, abbiamo indicato priorità di bonifica, ma, al solito, le situazioni di emergenza, rallentano tutti i progetti di seria e vera riqualifgicazione. Così» conclude Amato «la più triste constatazione è vedere l’emergenza diventata normalità per le persone, per le centinaia di cittadini che stamattina, a Ponticelli, in Campania, in Italia, in Europa, compravano “normalmente” frutta e peperoni tra carcasse e  ruote bruciate. Qui lo stato sta perdendo una decisiva battaglia di civiltà, l’emergenza spazzatura si palesa come un’emergenza democratica».

«E’ la seconda volta, a un mese di distanza, che ci rechiamo a Napoli Est in alcune aree violentate da sversamenti autorizzati ed altri abusivi» afferma ancora Antonio Amato di ritorno dal sopralluogo di questa mattina presso il mercato rionale di Ponticelli sotto al cavalcavia di via Pietri «A fine febbraio avevamo realizzato un primo sopralluogo tra via Paciolli, via Virginia Woolf, via Mastelloni al confine con Barra. Avevamo già constatato e denunciato una situazione allarmante: bidoncini di vernici esauste, rifiuti di ogni genere e  grandi quantità di pezze che servono da basi per i roghi. E poi, come nell’area dell’ex campo ROM a via Woolf, terra che copre cumuli di rifiuti che continuano a crescere, carcasse di auto che fuorisescono. A via Paciolli, come lungo i confini del mercato, giacciono da mesi, in enormi sacchi, materiali di risulta e non meglio specificati rifiuti raccolti lungo gli assi viari a seguito del progetto di riqualificazione ambientale cofinanziato dalla Comunità Europea. Rifiuti che sarebbero dovuti essere smaltiti o comunque messi in sicurezza, e che invece giacciono incustoditi, senza protezione, esposti alle intemperie: ormai marciscono nel terreno e probabilmente stanno causando altro inquinamento. Inoltre piccoli accampamenti ROM, ed ancora degrado e incuria in cui vivono decine di bambini, donne e uomini. Una situazione intollerabile» afferma Amato «sulla quale è necessario intervenire con urgenza. Lo abbiamo già detto più volte: le rotte dell’ecomafia ormai si sono spostate anche in queste zone, approfittando, come già nel caso della Terra dei Fuochi, dell’emergenza e di assurde inadempienze dello Stato»