Unità di crisi per i comuni coinvolti nel fenomeno ecomafie. La prossima settimana la commissione inizierà un monnezza tour
Commento
«La drammatica condizione ambientale di alcuni comuni campani, soprattutto di quelli che insistono tra l’area nord di Napoli e il Casertano, richiede la creazione di un’unità di crisi che coinvolga istituzioni locali e regionali ed organi della polizia e della magistratura» lo afferma il Presidente della Commissione Regionale sulle ecomafie Antonio Amato al termine dell’audizione di questa mattina con i responsabili regionali di Legambiente Campania «Servono presidi di pronto intervento ed il rafforzamento delle forze di intelligence sui reati ambientali. Una sinergia operativa che coinvolga forze dell’ordine, amministrazioni e popolazioni locali, ma anche le forze dell’esercito oggi a presidio delle discariche. I dati resi noti in questi giorni» continua Amato «che rilevano la relazione tra l’esplosione di forme tumorali e i traffici illeciti di rifiuti, mettono in luce l’emergenza ambientale e sanitaria cui siamo chiamati a far fronte. Verificheremo le possibili azioni da mettere in campo anche con i diversi sindaci dell’area che verranno in audizione venerdì prossimo in commissione. C’è la necessità di un’azione efficace e immediata, capace di affrontare in modo sistemico l’emergenza ambientale. Dobbiamo agire anche sul versante nazionale» spiega Amato «il Consiglio Regionale della Campania deve farsi promotore di un’azione di sollecitazione con il Parlamento per ampliare le previsioni del reato ambientale e per consentire di riutilizzare i fondi derivanti dai sequestri economici alla criminalità organizzata per le bonifiche. Inoltre» continua Amato «bisogna capire i perché e superare gli ostacoli per la messa in funzione di impianti di compostaggio in Campania. Quello di San Tammaro, ad esempio, perché non entra in funzione? E a che punto è lo screening aggiornato delle cave regionali? La prossima settimana» conclude Amato «la commissione regionale che presiedo inizierà un “Monnezza tour”, si recherà presso le discariche dell’area giuglianese. Non possiamo continuare a lavorare solo nei palazzi di vetro mentre popolazioni e amministratori locali vivono la quotidianità del fetore di tonnellate di monnezza; le istituzioni devono muoversi e mostrare, nei fatti, la capacità di tutelare i territori»
mimmo:
caro Antonio ci siamo anche noi di marano, che subiamo i disaggi ambientali oltre che il fetore che emana,l’ultimo regalo del cavaliere.Ciao mimmo la Commara
21 luglio 2010, 10:22 pmcirillo giuseppe:
Ecomafia in Campania. Una sfida da vincere con monnezza tour.
Scrivere in questa sede qualcosa di esaustivo sul problema in esame è praticamente impossibile, quel che si può fare è invece dare un quadro generale della problematica e della gravità della situazione attuale, senza generare inutili allarmismi, e rinviando il lettore interessato ai testi ed agli articoli indicati alla fine.
Basta leggere i giornali, spesso senza bisogno di andare all’indietro nel tempo, per leggere degli illeciti riguardanti i rifiuti in Campania. E non sempre si parla di Rifiuti Solidi Urbani (RSU). La continua emergenza nel settore dei rifiuti, che ha stretto la Campania nella morsa di un dannoso commissariato straordinario da 13 anni, ci ha fatto in qualche modo abituare ai rifiuti per strada, a non far caso ai cumuli di scorie abbandonati lungo le provinciali, lungo l’asse mediano, nelle campagne appena al di fuori della città.
Tanti i casi “famosi”, dalla discarica di Pianura, alla discarica Tre Ponti di Giugliano, dal ritrovamento di una mega discarica (abusiva) nel nolano, piena di rifiuti altamente tossici, ai 120 fusti aperti pieni di materiale chimico a Santa Maria La Fossa (Ce), l’etichetta sui fusti era scritta in tedesco, la situazione di Varcaturo, dove esistono realtà alberghiere che devono coesistere con il degrado ambientale. Questo per citare solo i casi più eclatanti.
Oggi, secondo quanto emerge dalle numerose indagini delle Procure di Nola, Napoli e Santa Maria Capua Vetere, venire a smaltire in Campania è conveniente. Conveniente perché costa di meno. Tanto per fare qualche esempio, smaltire morchie di verniciature e solventi costa normalmente dalle 600 alle 800 lire al chilo, mentre certi clan criminali campani lo fanno per 280 lire al chilo. Normalmente, un’industria ha bisogno di smaltire molte tonnellate all’anno di simili rifiuti.
Del resto che si tratti di una vera emergenza criminalità lo dimostrano anche le cifre rese note nel “Dossier Rifiuti” di Legambiente: otto clan che gestiscono gli affari, 1088 reati accertati, 509 sequestri effettuati per un valore di oltre 18 milioni di euro negli ultimi cinque anni. Ed è solo la punta d’iceberg. Solo quel che è stato scoperto. Difficile stimare l’entità di quanto è ancora sommerso. Sempre in Campania sono, secondo l’ultimo censimento dell’Anpa, ben 814 i siti da bonificare, occupati da circa 3 milioni di metri cubi di rifiuti. Numeri che alimentano gli appetititi della criminalità organizzata.
Ancora oggi, le istituzioni mettono in primo piano due aspetti del problema: quello politico dell’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti, e quello giudiziario nel settore degli sversamenti abusivi. A nostro avviso, viene trascurato l’aspetto che dovrebbe essere quello principale: l’aspetto delle conseguenze sulla salute pubblica.
I rifiuti della camorra
L’introduzione, avvenuta solo nel 2001, del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti sta incominciando a dare frutti importanti, anche se in ritardo, in un’Italia che ancora una volta si è attardata dal punto di vista legislativo. In tutte le province campane sono stati realizzati significativi sequestri di siti di scarico abusivi, ove sono state reperite notevoli quintali di rifiuti tossico nocivi. La situazione è divenuta allarmante proprio con il prolungarsi dell’emergenza derivante dalla saturazione delle aree territoriali da destinare allo scarico di rifiuti, le cosiddette “discariche legali”. In tale occasione la camorra ha cercato di dirottare lo smaltimento verso siti privati propri, generando gravi situazioni per la salute e la sicurezza pubblica.
Particolarmente attivo in tale settore è il clan dei Casalesi che opera quasi in regime di monopolio in tutte le attività a questo connesse.
Il clan, guidato dal noto boss Francesco Schiavone detto “Sandokan” di Casal di Principe, ora in arresto dopo anni di latitanza, ha progressivamente esteso il controllo a tutte le diverse fasi del ciclo dei rifiuti: raccolta, trasporto, occultamento e distruzione, ricorrendo a complesse metodologie operative che prevedono la costituzione di una fitta rete di intermediari e di società in apparenza pulite.
Da ormai 15 anni, la Campania è il crocevia dello smaltimento dei rifiuti provenienti da ogni regione, affare che ha fruttato, e frutta, enormi guadagni alla camorra ma anche alle altre organizzazioni criminali e ad altri individui, ci si riferisce ai cosiddetti criminali dal colletto bianco: amministratori, chimici analisti, impiegati. Per anni hanno escogitato un trucco molto semplice, chiamato in gergo “giro bolla”, che consiste nel falsificare il modulo di identificazione dei rifiuti, il Mud; formalmente loro sversano in discariche lecite, ma in realtà gettano i rifiuti in cave, fiumi e laghi. Solo nel casertano sono state sequestrate qualcosa come 1.000 discariche abusive. Ma c’è anche chi, in modo illegale e criminale, si è sbarazzato di autentiche bombe gettandole nelle discariche autorizzate per lo stoccaggio dei rifiuti solidi urbani.
Fin dai primi anni novanta una vera e propria holding composta da imprenditori, clan criminali, soggetti affiliati a logge massoniche e politici corrotti, ha gestito il trasporto, dal centro-nord verso il Mezzogiorno, di rifiuti industriali e urbani. Da Lombardia, Piemonte ma anche Toscana verso la Campania ma con propaggini significative nel Lazio, in Calabria, Basilicata e Puglia, TIR carichi di rifiuti finivano il loro tragitto presso discariche non autorizzate a riceverli e, soprattutto cave abusive, terreni scavati per l’occasione, riempiti di immondizia e ricoperti, aree dell’entroterra disabitate.
Inquinamento e salute
Oltre al danno economico per lo Stato, e per tutti noi, derivante dalla forte evasione fiscale (non viene pagata la cosiddetta “eco-tassa”), ci sono anche altri danni.
Nell’estate 2004, il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR a Pisa, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista medica “The Lancet Oncology” un suo agghiacciante studio sull’incidenza tumorale in Campania. I risultati degli studi e delle analisi effettuate dal ricercatore furono anche pubblicate su quasi tutti i quotidiani italiani. Nello studio, ci si riferisce ad un’area di 12 comuni, compresi tra Acerra, Pomigliano d’Arco, Nola e le falde settentrionali del Monte Somma, facente parte del Parco Nazionale del Vesuvio. In quest’area vivono oggi circa un milione di persone. Statistiche alla mano, Mazza mostra come l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti sfiora il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne rispetto a una media nazionale che è di 14 casi. Questo in un quadro generale che assegna alla zona un indice di mortalità mediamente più elevato anche per altre forme di cancro.
Ricordiamo che l’area in questione, anche se caratterizzata da alcune presenze industriali anche grandi, mantiene comunque fortemente la sua vocazione agricola: in pratica non siamo di fronte ad una grande area industrializzata come se ne trovano nel nord Italia.
Il più grave dei pericoli derivanti dalla presenza di discariche abusive è in effetti quello dell’inquinamento del suolo e quello delle acque. L’inquinamento del suolo è determinato dal fatto che per la legge italiana non si può costruire su zone adibite a discarica legale.
Molto spesso, i materiali di risulta degli scavi di fondamenta di edifici o quelli di smaltimento dei rifiuti vengono invece utilizzati come compattamento per le strutture fondiarie, o comunque per le fondamenta di altre strutture edilizie abusive. Il che significa che molte delle strutture abusive vengono costruite su ex discariche abusive. Perché? Perché con questo materiale si cementa tutto e ciò non consente di verificare in un secondo momento la presenza della discarica e questo, a distanza di tempo, si concretizza in danni per la salute dei cittadini. Per non parlare dell’inquinamento sia delle falde acquifere che delle acque superficiali. Il più celebre caso di questo tipo è nel casertano: 80.000 metri quadrati di discarica abusiva a cielo aperto che riversava grossi fusti tossici nel fiume Volturno, inquinato ed ormai ecologicamente quasi irrecuperabile.
Le modalità tipiche dello scarico sono le seguenti:
1. I camion carichi di rifiuti giungono, nelle ore notturne, in corrispondenza di buche, spesso ex cave a loro volta abusive di sabbia e materiali per l’edilizia; Le buche vengono riempite di rifiuti e poi vengono immediatamente coperte. Quando non è possibile coprirle, il materiale sversato viene invece dato alle fiamme. Inutile precisare che questo tipo di scarico comporta gravi infiltrazioni indirette di sostanze tossiche sia nelle falde acquifere sia nel terreno.
2. I fanghi di depurazione e i rifiuti industriali liquidi, formalmente destinati a impianti di depurazione e riciclaggio, sono versati direttamente nel terreno, con conseguenze gravissime. Recenti analisi chimiche dei terreni hanno evidenziato alte concentrazioni di diossina, mercurio, arsenico, amianto. Migliaia di persone sono esposte a sostanze tossiche per decenni. Tutto è contaminato: gli agenti inquinanti nell’aria, nell’acqua e nei prodotti della terra sono ben al di sopra dei livelli consentiti.
Nell’agosto 2004, il comprensorio di Acerra (Napoli) sale alla ribalta della scena mediatica italiana a causa delle proteste popolari contro la costruzione di un inceneritore. Durante quelle proteste, per la prima volta, è venuto allo scoperto il problema dell’avvelenamento del terreno e delle acque.
Alcuni pastori della zona, portarono nelle vicinanze del cantiere sette pecore agonizzanti per dimostrare la fondatezza dell’allarme-diossina registrato in un’area vicina al cantiere. Gli animali furono lanciati a terra, a pochi passi dal cordone di agenti di polizia che presidiavano la strada d’accesso alla zona dei lavori.
In realtà, la presenza di diossina nei “Regi Lagni”, canali di scolo delle acque reflue e piovane di età borbonica ancora esistenti sul territorio, era già stata rilevata tempo addietro, prima dell’apertura del cantiere per la costruzione dell’inceneritore.
In particolare, la località “Pantano”, dove dovrebbe sorgere l’impianto di incenerimento era già considerata “insalubre” e ad alto rischio incidenti per la vicina presenza dello stabilimento chimico Montefibre, specializzata nella produzione di acrilici. Infatti, a partire dal 1999, un’ordinanza comunale dell’Amministrazione di Acerra vietò l’uso dell’area per insediamenti industriali. La Montefibre, dal canto suo, aveva già previsto nel piano di riconversione industriale un progetto di potenziamento dell’esistente centrale termoelettrica (interna alla fabbrica) di circa 400 megawatt.. Per il comune di Acerra questa eventualità alimenterebbe il rischio di incidenti nell’area adiacente allo stabilimento.
La Montefibre annunciò anche di predisporre un’ordinanza sindacale per vietare l’utilizzo di quell’area in applicazione del decreto legislativo 334 del `99, relativo al rischio di incidenti causati da sostanze pericolose, ordinanza che sarebbe solo temporanea, nell’attesa che una nuova variante urbanistica organizzi definitivamente gli insediamenti industriali dell’area.
Chi ne fa le spese, di tutto questo? Ne fa le spese, ad esempio, la famiglia Cannavacciuolo, famiglia che vive in quella zona occupandosi di allevamento di ovini. Insieme a loro, altri allevatori della zona vedono ridursi il loro bestiame a causa dell’avvelenamento.
Gli allevatori sostengono che fin dal 2002 (quindi da un periodo precedente al progetto dell’inceneritore) i capi di bestiame si sono decimati a causa della elevata presenza di diossina nel territorio non urbano del comune di Acerra.
Vincenzo Cannavacciuolo aggiunge: “L’assessorato regionale alla sanità ci aveva promesso prima un aiuto economico, poi una zona alternativa per il pascolo, ma ad oggi noi non abbiamo ricevuto nulla.”
Forzati a far pascolare là le loro pecore, in attesa di un diverso piano urbanistico che faccia destinare all’allevamento altri terreni più salubri, gli allevatori si trovano in una stretta morsa, tra la moria del bestiame, e le salate multe se si va a pascolare altrove.
Anche sul fronte delle falde acquifere le cose non sono diverse: 79 pozzi artesiani chiusi tra il 2002 ed il 2004 per inquinamento, con danni sia per l’agricoltura sia – ancora una volta – per gli allevatori.
Col passare del tempo, la situazione non è migliorata.
Altri capi di bestiame sono stati ritrovati morti avvelenati. Le autopsie effettuate sugli animali indicano nella presenza di diossina nel cibo e nell’acqua la causa della morte.
Stavolta Cannavacciuolo, il più attivo tra gli allevatori che protestano, ha portato 20 pecore morte davanti alla sede del comune di Acerra. Gli allevatori hanno chiesto un incontro con il sostituto procuratore Maria Cristina Ribera, che ha condotto l’indagine sul giro di affari legato allo smaltimento di rifiuti industriali e nocivi usati come fertilizzante nelle campagne di Acerra, che ha portato all’arresto di 14 persone.
“Tutti quei rifiuti tossici”, spiega Cannavacciuolo “hanno inquinato il nostro territorio ed hanno portato alla morte le nostre pecore. I nostri allevamenti sono stati decimati dalla diossina, il tutto per il traffico di rifiuti avvenuto sul territorio acerrano”.
Se questo è l’effetto sugli ovini, vengono ovviamente dubbi sui potenziali effetti sull’uomo di questo tipo di inquinamento.
Al momento, l’unico studio esistente è la relazione tecnica che il comune di Acerra ha commissionato ai professori Marco Caldiroli e Francesco Francisci, risalente però ai primi di luglio del 2003.
Dalla relazione si evince che il livello di diossina sul territorio è di ben 53 picogrammi per metro quadrato, un valore “quattro volte superiore” al limite consentito. Ed è grave che le agenzie di analisi del commissariato di governo ritengono il livello di diossina di Acerra non preoccupante. In base a quali esami?3
Le analisi effettuate dalla SOGIN e dall’Istituto Mario Negri di Milano, mostrano invece una elevata concentrazione di diossine nel latte ovino.4
L’azione della magistratura
Non abbiamo in questa sede lo spazio per elencare tutte le azioni di contrasto avvenute ad oggi, a partire dal lontano 1991, anno dell’Operazione “Adelphi”, ma è doveroso citare quelle principali, per dare un’idea della distribuzione geografica nel territorio, nonché le più recenti, per indicare come il problema non sia affatto superato. Le indagini dell’Operazione “Adelphi” misero a nudo una situazione allarmante: la Campania è diventata ormai da anni la pattumiera d’Italia. Centinaia di discariche abusive furono scoperte sugli appezzamenti agricoli, nel ventre do montagne “scomparse” a causa delle attività estrattive illegali, dietro l’attività di improbabili cantieri edili. Sei imprenditori vennero condannati dalla Settima Sezione del Tribunale di Napoli per reati che vanno dall’abuso di ufficio alla corruzione, vengono assolti, invece, dal reato di associazione mafiosa.
L’operazione “Eco” colpisce il regno del clan dei Casalesi, che grazie al capillare controllo del territorio non hanno difficoltà a trovare luoghi dove scavare buche in cui nascondere i rifiuti o addirittura sversarli a cielo aperto. In poco meno di due anni, dal giugno ‘94 al marzo ‘96, i Casalesi movimentano centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal Piemonte e dalla Lombardia. Le industrie produttrici di rifiuti sono legate alla lavorazione dei metalli pesanti.
Devono farsi carico di costi elevati per lo smaltimento del materiale di scarto prodotto all’interno del processo produttivo: polveri di macinazione delle schiumature di alluminio e polveri di abbattimento dei fumi, che sarebbe svantaggioso riciclare o reinserire nella lavorazione rispetto all’esigua quantità di alluminio che se ne ricava in cambio. Inoltre sono poche le discariche attrezzate e autorizzate allo smaltimento di questa tipologia di rifiuti.
L’organizzazione criminale si inserisce perfettamente a tamponare i deficit di sistema e offre un efficiente servizio di smaltimento, illegale ovviamente, che garantisce continuità e permette alle aziende di abbattere i costi. I rifiuti vengono acquistati attraverso una rete di intermediari che contattano direttamente le imprese produttrici offrendo prezzi estremamente vantaggiosi.
Attraverso la falsificazione dei documenti i rifiuti arrivavano come “residui riutilizzabili” in centri di stoccaggio in Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo per essere poi dirottati in aziende e discariche abusive soprattutto della provincia di Caserta, e poi Benevento e Salerno.
Nell’aprile del 2001, la Procura di Milano, dopo un anno di lavoro, ha scoperto un colossale traffico di materiale ad altissimo rischio tra Brescia, Napoli e Caserta. Oltre 18.000 tonnellate di rifiuti venivano trasportate dalla Lombardia alla Campania per essere smaltite in discariche abusive e, in gran parte, anche in quella autorizzata di Tufino.
L’operazione denominata “Falso Cdr” vede indagate, presso la Procura di Milano, 31 persone tra cui ex pubblici amministratori. “L’attività illecita – hanno spiegato i dirigenti del Nucleo di Brescia del Cfs – si concretizzava nello smaltimento illegale di rifiuti che, ufficialmente destinati a diventare materiale combustibile, erano invece smaltiti in discariche abusive. Società di comodo, camionisti compiacenti, capannoni fantasma, agricoltori pronti a trasformare terreni fertili in bombe ecologiche.” Il giro d’affari ammonterebbe a circa 6,5 milioni di euro.
Risale al luglio 2001, invece, la notizia della prima istruttoria in Italia per la quale vengono contestati reati associativi finalizzati all’inquinamento dell’ambiente. E’ l’operazione Cassiopea, che riguarda proprio una parte della Campania trasformata in pattumiera d’Italia. Le zone più colpite sono tutte in provincia di Caserta: Casal di Principe, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno, Villa Literno, Lago Patria. La procura di Santa Maria Capua Vetere accusa un gruppo di colletti bianchi di aver smaltito nella sola provincia di Caserta circa un milione di tonnellate di rifiuti negli ultimi quattro anni, quasi 100 viaggi alla settimana. Rifiuti di ogni tipo: speciali, pericolosi, urbani.
Secondo gli inquirenti sono stati sversati o seppelliti anche cadmio, zinco, fanghi di depuratori, scarti da vernici, arsenico, piombo. Trasportati dai Tir dal Nord Italia. Novantotto le persone indagate. Imprenditori settentrionali, faccendieri, mediatori; accusati di associazione a delinquere, disastro ambientale, avvelenamento delle acque. Nell’inchiesta finiscono anche atti delle Procure di Torino, Firenze, Palermo, Sassari, Spoleto. Per circa tre anni il pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, ed in Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri hanno indagato sul traffico di rifiuti con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, foto e filmati.
L’operazione Cassiopea ha aperto la strada ad altre inchieste. Infatti il 13 febbraio proprio la Procura della Repubblica di Spoleto, nell’ambito dell’indagine denominata “Greenland”, per la prima volta viene arrestata un persona per violazione all’art.53 bis del Decreto Ronchi, attività organizzate di traffico illecito di rifiuti, individuando una struttura organizzata dedita al traffico illecito di milioni di tonnellate di rifiuti speciali.
Nella notte del 9 Giugno del 2004, scatta l’Operazione “Terra Mia”, condotta dal Corpo Forestale dello Stato coordinato dalla Procura di Nola, che ha avuto l’indubbio merito di far scoprire per la prima volta che il triangolo tra Acerra, Nola e Marigliano è un triangolo di veleni. Prima, nessuno poteva immaginarlo.
Sedici persone arrestate, 18 denunciate a piede libero, venne scoperta un’organizzazione che smaltiva illegalmente i rifiuti derivanti dalla lavorazione dei metalli, generando un inquinamento tale da configurare, per la prima volta in assoluto in Italia, l’ipotesi di reato di disastro ambientale.
Nel corso delle indagini, durate due anni, furono sequestrati 26 siti di sversamento illegali, ai confini di campi coltivati o di zone sottoposte a bonifica quali i Regi Lagni.
Nella conferenza stampa che ne seguì, il comandante provinciale del Corpo forestale napoletano, Vincenzo Stabile, dichiarò: “Il danno è irreparabile, dato che l’inquinamento da metalli pesanti ha interessato anche le falde acquifere”.
Almeno 120 ettari di terreno nel triangolo dei veleni Nola, Acerra, Marigliano, secondo gli accertamenti degli inquirenti, sono pesantemente inquinati da polveri di abbattimento dei fumi degli altoforni (fonti principali di diossine), dalle scorie saline, dalle schiumature di alluminio e dai car-fluff (frazioni di rifiuti derivanti dalla rottamazione dei veicoli dopo aver eliminato le parti metalliche).
L’operazione consentì anche di tracciare una mappa precisa delle discariche illegali nella zona, terreni nei quali si sversava “alla luce del sole”, come sottolinea Ciro Luongo, responsabile del nucleo investigativo della Forestale che affiancò nelle indagini il Pubblico Ministero della Procura di Nola, Federico Bisceglia.
Proprio il Pm di Nola volle anche puntualizzare che in questo caso la camorra non c’entrava nulla o quasi, dichiarando che: “si tratta di imprenditori che operano semplicemente in questi termini di illegalità”. Tutti gli arrestati non erano legati ad alcun clan criminale. Erano semplicemente imprenditori, addirittura “puliti”, che consideravano quel modo di fare perfettamente normale, se non legale. Questo la dice lunga su quanto il problema sia d’origine culturale, prima ancora che politica, in Campania.5
Il problema delle bonifiche
Nel corso delle indagini che portarono all’operazione “Terra Mia”, la Procura di Nola ha sequestrato le aree contaminate, indirizzando agli enti locali competenti l’avviso che avrebbe dovuto portare alla messa in sicurezza e alla bonifica prevista dalla legge Ronchi. Sono passati quasi due anni da quel giorno.
Due anni dopo, in alcuni comuni dell’area, non c’è stata alcuna bonifica di quei siti. I rifiuti sequestrati non sono mai stati messi in sicurezza.
Le aree sono state recintate, ma spesso in modo debole: sono stati apposti cartelli ad indicare che vi sono rifiuti tossici, e poi abbandonate. Spesso a cielo aperto.
Con il passare dei mesi, spesso i cartelli sono finiti come souvenir in casa di qualche adolescente appassionato di segnaletica stradale; con il passare delle piogge spesso nelle recinzioni si sono formate delle falle. Due anni dopo, non è raro trovare bambini spesso ignari che giocano nelle ex discariche.
Già nel 2002 lo stesso Corpo Forestale dello Stato aveva lanciato l’allarme, nel Terzo Censimento delle discariche abusive: solo il 21% dei siti sequestrati e non più attivi risulta bonificato o messo in sicurezza.
A norma della legislazione vigente (Decreto Ronchi), la bonifica delle discariche spetta sempre e comunque al responsabile (e/o proprietario) dell’area. Vi sono casi di esclusioni di responsabilità, nel caso in cui il proprietario dimostri di non avere colpa e dolo nella gestione e/o realizzazione della discarica.
In ogni modo il Comune deve provvedere in 30 giorni dalla segnalazione all’emissione dell’ordinanza di sgombero e conferimento dei rifiuti; in mancanza in detto termine deve provvedere a sue spese con successiva richiesta di rimborso.
Qualora invece i rifiuti siano abbandonati su suolo pubblico, il Comune provvede direttamente alla rimozione in trenta giorni.
Quindi un tempo massimo di trenta giorni, a fronte di due anni di età dei suoli sequestrati dalla Procura di Nola.
Una volta sequestrato il sito, la competenza dell’eliminazione delle scorie non è più dei tribunali, ma viene trasferita agli Enti Locali. Che restano immobili.
Eppure, a sfogliare certi numeri della Gazzetta Ufficiale, si scopre che sono stati anche emessi, e più di una volta, finanziamenti a pioggia ai comuni per la messa in sicurezza.
22 luglio 2010, 8:44 amCi si chiede quindi come mai occorra ancora assistere allo spettacolo delle discariche a cielo aperto, con tutte le conseguenze sulla salute della popolazione.
Non è cosa nuova, in Italia, che quando arrivano i finanziamenti su opere pubbliche, il rischio di infiltrazione negli appalti da parte del crimine organizzato è sempre alto. E in effetti i finanziamenti pubblici per le bonifiche sono arrivanti davvero. Il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio, con il decreto del 18 settembre 2001 sul Programma Nazionale di Bonifica, ha individuato 40 siti di interesse nazionale da bonificare, per i quali sono stati stanziati oltre 547 milioni di Euro, pari a circa 1.060 miliardi di lire, trasferiti già alle Regioni. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli dovuti dai responsabili della contaminazione, quando accertati.
Oltre 174 milioni di Euro sono destinati alle quattro regioni meridionali a tradizionale presenza mafiosa. Risorse che, come denunciano gli stessi addetti ai lavori, sono a rischio di infiltrazione mafiosa.
Se, dopo i disastri ambientali provocati dalla criminalità, i soldi pubblici dovessero finire in quelle stesse tasche, al danno farebbe seguito anche la beffa. Quel che è certo, e che è sotto gli occhi della popolazione della Campania, è che nonostante un Programma Nazionale di Bonifica, di bonificato non c’è praticamente nulla.
redazione:
Caro Giuseppe,
26 luglio 2010, 1:20 pminnanzitutto grazie per la disamina che hai effettuato sulle complesse e variegate tematiche in questione. Chiaramente è impossibile essere esaustivi in questo spazio, ma contributi come il tuo sono estremamente preziosi e sono sicuro potranno portare ad ulteriori approfondimenti. La disamina è purtroppo reale ed a volte addirittura agghiacciante. Comunque io vorrei porre l’accento innanzitutto su due questioni che tu poni: la valenza culturale, prima ancora che politica, della complessità di questi fenomeni,la problematica del corretto utilizzo di finanziamenti e progettazioni per avviare un vero piano di bonifica. E’ chiaro che le questioni che affrontiamo, infatti, non hanno carattere regionale o locale ma nazionale ed europeo. C’è quindi la necessità di una prospettiva di analisi e di intervento ampia, capace però sempre di partire dal coinvolgimento e dall’ascolto dei territori coinvolti. Chiaramente non si può pretendere una soluzione che venga dalla sola azione della magistratura e delle forze di polizia. C’è bisogno piuttosto di una grande convergenza di istituzioni tutte, cittadini, forze dell’ordine. C’è bisogno di estendere il reato ambientale, di definire, rispetto all’enormità delle cose da fare (soprattutto per quanto riguarda le bonifiche) una precisa scala di priorità, c’è bisogno di realizzare una nuova operazione primavera ma contro le ecomafie. Solo per citare alcuni punti. C’è bisogno, però, soprattutto, della presenza e dell’attenzione costante su queste tematiche. Come commissione siamo solo all’inizio di un lavoro molto complesso. I contributi come il tuo,. di analisi, stimolo e critica, sono linfa vitale per chi non vuole arrendersi all’esistente e lavora e lotta perchè ai nostri territori venga restituita almeno un pò di dignità.
redazione:
Caro Mimmo,
26 luglio 2010, 1:29 pmso bene che ci siete anche voi di Marano. La discarica di Chiaiano è lì, gli assi viari delle ecomafie interessano anche il vostro comune. E’ l’intera area a nord di Napoli che necessita di attenzione ed interventi fattivi che non mortifichino più i nostri territori. Purtroppo abbiamo appena iniziato il lavoro della commissione e c’è tantissimo da fare. Ma raccogliamo la sfida e ci rimbocchiamo le maniche, confidando nel contributo di cittadini come te ed i tanti altri che richiamano le istituzioni ed i loro rappresentanti al loro dovere.
Antonio Basile:
La lotta alle ecomafie deve avvenire dal basso. Dai cittadini, dai sindaci che governano quei territori.Per capire chi sono i “fornitori” di rifiuti tossici. La Commissione deve audire questi sindaci, e da loro capire quali interventi mettere in campo(diretti,specifici,non di routine). Gli interventi di polizia,esercito e forze dell’ordine vanno bene. L’importante è capire contro chi fare la battaglia. Il reato ambientale è un investimento,ha un costo, che molti imprenditori scaricano sul mercato.Cioè sui consumatori.I cittadini.
26 luglio 2010, 3:23 pmFrancoM:
Caro Tonino,
dopo le tue dichiarazioni sullo scempio delle discariche nel Parco nazionale del Vesuvio che come Rete dei comitati vesuviani abbiamo fortemente apprezzato ci saremmo aspettati un’iniziativa di maggior peso.
Abbiamo notato che hai preferito dirigere l’attenzione sull’area giuglianese gia sotto i riflettori dei media e della politica da più tempo.
Del vesuvio e del suo scempio immane interessa più all’Europa ed al Mondo che alla politica locale, in tutt’altre faccende affaccendati.
Come membro del Pd regionale mi sento mortificato e nauseato.
Ci rimane la magistratura, e la commissione europea a cui a Settembre andiamo a dire ancora una volta nò allo sblocco dei fondi per la Campania e a chiedere di accertare le responsabilità di tutti sull’immane disastro del Parco nazionale del vesuvio.
A tutt’oggi centinaia di compattatori da ogni parte della regione percorrono la strda del vesuvio per scaricare a Terzigno il tal quale, materaiale indifferenziato e disfacimenti e percolato delle ecoballe di Caivano e del panettone de Lo Uttaro. Un fetore ammorba l’aria dei comuni vesuviani di Boscoreale, Boscotrecase e Trecase e mette in grave pericolo la salute pubblica. I militari non se ne sono mai andati nonostante il governo ha disciarato la fine dell’emergenza.
Tutte queste cose andremo a gridarle ad Anno zero sottolinendo le gravi e tante responsabilità di tutte le forze politiche, anche del PD campano.
Ti chiediamo di convocare con urgenza un analogo incontro come quello del giuglianese anche quì a Terzigno, con i sindaci irresponsabili che hanno consentito tutto questo, col Parco del vesuvio, con Romano e Caliendo, Legambiente e sopratutto con
la Rete dei comitati vesuviani che da anni, inascoltata, denuncia l’immane tragedia ambientale nel Parco nazionale del vesuvio.
Disponibili a qualunque approfondimento, ti saluto speranzoso.
Franco Matrone
2 settembre 2010, 12:25 amRete dei comitati vesuviani
redazione:
Caro Franco,
6 settembre 2010, 1:00 pmconoscendomi sai bene che le dichiarazioni rese non restano chiacchiere al vento. Le iniziative di maggior peso, all’interno delle istituzioni, vanno costruite e realizzate con attenzione e responsabilità. Non ho preferito concentrare la mia attenzione su un posto piouttosto che un altro. Sono intervenuto a Giugliano perchè l’idea di realizzare un termovalizzatore a Taverna del Re necessitava una risposta immediata. Ma so bene che a Terzigno si sta vivendo una situazione drammatica. Le problematiche che affrontiamo come commissione sono vaste e purtroppo, come troppo spesso accade in questa regione, tutte urgenti. Quella della discarica nel Parco Nazionale è senza dubbio una priorità, perchè so bene quale sia il danno arrecato ai cittadini ed ai territori, anche a seguito di nuovi sversamenti susseguitisi questa estate da altri territori in quella discarica. Io continuo a mantenere alta l’attenzione perchè vengano fermate in nuce le tentazioni che ancora si continuano a ventilare di una seconda discarica. Condivido la necessità di realizzare un incontro che coinvolga istituzioni, associazioni e comitati sulla discarica di Terzigno. Interesserò immediatamente la commissione che presiedo.
Nel frattempo sono a tua disposizione anche per un incontro che possa iniziare ad aiutarci nell’avere un quadro più chiaro della situazione.
Antonio Amato