Le tre crisi industriali della Campania sono il ritratto del Sud lasciato da solo
Abbiamo tre crisi in Campania in questo momento, a Pomigliano a Castellammare e a Battipaglia. Tre durissime crisi che soffocano la nostra regione. Tre crisi che sono un ritratto del Mezzogiorno in balia della recessione più brutta dell’economia italiana dagli Anni Settanta ad oggi. In pratica, questi tre grandi siti industriali della nostra regione hanno spento i motori e la Campania è ferma.
La ripresa verrà tardi, per il 2010; e intanto tre comparti cruciali come automobile, alta tecnologia e cantieristica restano al palo. Al punto che Fiat Pomigliano si farà un altro mesetto di cassa integrazione, Fincantieri aspetta risposte dal Ministero dell’Economia, o meglio dal tavolo convocato a Roma per il 14, ed Alcatel chiede che nessuna attività venga ceduta fino all’incontro con la multinazionale richiesto al Governo.
Mettiamoci che su queste tre importanti aziende ballano gli spettri di cassa integrazione straordinaria e dei licenziamenti nonostante, per Pomigliano ad esempio, Marchionne dichiarava che nessuna fabbrica avrebbe chiuso. Se lasciamo che la crisi esploda allo stremo, avremo una dismissione industriale di fatto che non possiamo permetterci, sia per le migliaia di persone che vivono grazie al lavoro di questi tre poli, sia per il patrimonio industriale e umano della Campania che rappresentano.
Che tipo di rilancio, dunque. Ci vogliono senz’altro accordi istituzionali di piena occupazione, come anche piani industriali incardinati a nuovi modelli di produzione. Ma bisogna anche ascoltare la base, interpellare le maestranze su come uscire dalla crisi. Perché no? Dicono che il Sud deve fare da solo e che i meridionali sono fantasiosi. Bene, diamo allora al Sud l’opportunità di indicare qualche soluzione invece di calarla sempre dall’alto a scapito di aziende competitive e, diciamocelo, in attivo.