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Archivi di Giugno 2009

Politica e morale

Ricevo e pubblico l’articolo dell’amico Giovanni Cimmino:

 

 

Il rapporto tra politica e morale è un tema che richiede la convergenza di molteplici competenze. Mi limiterò a prendere in considerazione qualche tematica urgente che tocca l´etica di fronte al neoliberismo ed alla democrazia, considerazione che include problemi concernenti la laicità ed il laicismo.

Ritengo un’irrinunciabile esigenza che le persone impegnate in politica debbano possedere determinate virtù per dare consistenza “al loro pensiero e alla loro azione: competenza, onestà, amore ed impegno per la giustizia, sobrietà, servizio generoso e gratuito, capacità di amicizia, di relazione e di partecipazione alle vicende della gente, consapevolezza della provvisorietà e dei limiti dell´opera compiuta. Tutto ciò attiene a una impostazione generale della vita personale, alla globalità di un sistema, alla sua rispondenza a servire il bene comune e la persona umana. Oggi la questione politica è diventata questione morale. Per questo nei suoi confronti è impossibile la neutralità”. Il significato che attribuisco a politica e morale deriva dalla mia visione del mondo, contenuta nella o ispirata dalla rivelazione evangelica.

Vanno distinti due concetti di politica, il primo in senso ampio, il secondo in un senso più ristretto.

Alla politica nel primo senso spetta precisare i valori fondamentali di ogni comunità: la concordia interna e la sicurezza esterna, conciliando l´uguaglianza con la libertà, l´autorità pubblica con la legittima autonomia e la partecipazione delle persone e dei gruppi, la sovranità nazionale con la convivenza e la solidarietà internazionale. Nel secondo senso, politica è l´attività dei gruppi di cittadini che si propongono di conseguire ed esercitare il potere politico per risolvere i problemi economici, politici e sociali secondo i propri criteri, ideologie e programmi”.

Questi due significati, pur se congiunti, vanno tenuti distinti per evitare dannose confusioni.

 

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Il Mezzogiorno come opportunità, non come peso. Il PD dica no a gabbie salariali per il Sud. Il vero rilancio è la soluzione dei problemi storici

Pasquale Giuliano, Presidente della Commissione Lavoro al Senato, indica nelle gabbie salariali lo strumento di rilancio del Mezzogiorno; idea non solo aberrante da un punto di vista socio – culturale, ma che non tiene conto della complessità della nostra contemporaneità.

Idea che vuole affrontare la sfida della competitività nel mercato globale con uno strumento antiquato e superato dall’evoluzione del Nostro Paese. Un ritorno al passato per affrontare il futuro: il semplicismo dell’equazione di Giuliano, e di tanti autorevoli esponenti del Governo, pone un problema di fondo sulla credibilità delle strategie dell’attuale maggioranza verso la Questione Mezzogiorno. E si nutre dell’idea che il solo freno al rilancio della nostra economia sia il costo del lavoro, e che per abbassarlo si debbano decurtare i salari in alcune zone del Paese.

Una politica economica che un tempo si sarebbe detta “padronale”, più latifondista che legata alle regole del mercato, che persegue l’indebolimento dei diritti dei lavoratori  intesi come ostacolo piuttosto che come conquiste civili. È singolare che alla domanda “perchè un imprenditore dovrebbe scegliere Caserta invece di Brescia o Shangai?”, si risponda affermando che l’appetibilità della Terra di Lavoro potrebbe giungere dalle gabbie salariali.

L’analisi e la sintesi, povere e deboli, annullano qualsiasi prospettiva di più ampio raggio capace di analizzare il problema del rilancio del Sud nel contesto dell’irrisolta Questione Meridionale. E insistono su una visione duale del Paese: anziché prospettare una strategia volta a superare il gap, puntano a rendere ancor più strutturale questa situazione.

Si vuole fare del Meridione il Terzomondo d’Italia? Un Nord più ricco ed un Sud condannato ad essere più povero costituiscono una possibilità di rilancio economico? Non si incoraggerebbe un ulteriore forma di emigrazione dei giovani meridionali, attirati da più alte fonti di guadagno? La verità è che si cercano scorciatoie per non affrontare i problemi della criminalità organizzata, delle infrastrutture, del precariato, del lavoro nero, della corruzione e dell’immobilismo istituzionale, che sono i veri freni allo sviluppo del Sud.

Se, come si evince dalle dichiarazioni di Sacconi, quella dei salari differenziati sta per divenire una proposta di legge, il PD deve, con urgenza, affermare, in modo forte ed inequivocabile, il suo NO a qualsiasi ipotesi di ritorno al passato e porre la Questione Meridionale al centro del suo progetto politico.

Ciao Maurizio, Compagno di Napoli

Maurizio Valenzi rappresenterà sempre il valore dell’impegno per la Democrazia contro tutte le forme di fascismo.

Un tratto distintivo di Maurizio Valenzi è sempre stato l’amore, per la sua città, per la gente, per l’impegno politico vissuto come improrogabile necessità di mettersi, con onestà e forza, al servizio della comunità. E con l’amore la passionalità, a volte l’irruenza, che ne hanno fatto una delle personalità più singolari della vita pubblica del Nostro Paese.

Si potrebbero dire tante cose di Maurizio, a me piace ricordarlo semplicemente come “un compagno”. E non solo perché comunista: compagno, nella sua radice etimologica, rimanda ad una persona con cui si “mangia insieme”, con cui si divide il pane. E Maurizio Valenzi ha sempre diviso il pane che ha masticato, nel bene e nel male, con quanti, personalità politiche, intellettuali e comuni cittadini, hanno avuto la fortuna di incontrarlo.

Ricordo ancora con profonda ammirazione la capacità che aveva di dialogare con la gente trasferendo, nei suoi discorsi, una passione civile capace di coinvolgere tutti anche sui temi più complessi.

Il suo arrivo da sindaco alle assemblee popolari di Cavalleggeri, quando io ero ancora consigliere circoscrizionale, rendevano quegli appuntamenti straordinarie occasioni di confronto democratico, dove le sue parole davano insieme insegnamenti valoriali e politici.

Allora, ciao Compagno Maurizio, la morte, evento umano doloroso ma inevitabile, ti ha portato via prima che l’intera città potesse tributarti i doverosi festeggiamenti per il tuo centenario. Ma non ha portato via, e mai potrà farlo, la tua storia che, poi, è anche la nostra. Un segno profondo, indelebile, inciso nella memoria e negli affetti di tutti noi.

 

Antonio Amato

Ora il PD può riconquistare la fiducia dei cittadini. E dire no ad una Lega Sud

Il PD, confortato da un dato elettorale che allontana gli aspiranti becchini, si propone ancora come la principale forza riformista del Paese e della Campania. Ma siamo chiamati a riconquistare quella fiducia dei cittadini che in parte abbiamo perso.

Ora il PD deve innanzitutto affrontare i suoi conflitti interni, ma su un piano strettamente politico e mai più personale.

Ripartiamo dalla grande intuizione di Moro e Berlinguer per costruire le future alleanze avviando un dialogo programmatico che sappia andare al di là di steccati, divisioni e antiquate ideologie: insieme, a partire dalla Campania e dal Sud, ma all’interno di un ragionamento politico nazionale, le forze del centro e della sinistra diano vita ad un nuovo, grande, ambizioso progetto riformista. L’ipotesi di una sorta di Lega del Sud non è la soluzione degli irrisolti problemi della Questione Meridionale. È importante tessere un dialogo interistituzionale tra le regioni del Sud capace di coinvolgere le forze che hanno un forte radicamento territoriale. Ma sarebbe un errore perseguire un percorso che si allontani dalle forze politiche esistenti e si basi piuttosto su nuove forme di verticismo.

Per superare l’attuale crisi valoriale, progettuale e partecipativa della nostra democrazia, le soluzioni vanno cercate all’interno di un’ampia prospettiva, capace di costruire un’alternativa politica e culturale nazionale, attenta ai territori ma inserita nel contesto europeo.

La Regione prenda una parte delle azioni Atitech, appoggio la proposta CISL in questo senso

Condivido l’invito della CISL ad un intervento diretto della Regione Campania per la nuova azienda Atitech. Da quando è iniziata questa vicenda ho sempre detto che un coinvolgimento azionario della Regione per una quota di garanzia utile all’avvio del nuovo soggetto imprenditoriale è necessario.

Dobbiamo infatti difendere i livelli di occupazione ed assicurare il mantenimento degli elevati standard di produzione dell’azienda; è il nostro obiettivo primario, e lo dobbiamo raggiungere.

Oggi siamo in uno stallo che non può non destare forte preoccupazione. Per queste ragioni credo necessario ed urgente che, già nella prossima settimana, la IV Commissione Consiliare convochi un tavolo delle parti per fare il punto della situazione ed individuare, con certezza, quale sia il ruolo che la Regione deve assumere.

La crisi colpisce lavoratori e fasce deboli. Ecco l’Italia che arranca e non ce la fa

Ricevo e pubblico l’articolo dell’amico Nello Tuorto:

 

In Italia l’emergenza sociale colpisce 15 milioni di persone. ”Una  situazione  critica per  tanti  operai,  tanti  lavoratori, tanti giovani” l’ha definita Papa Benedetto XVI, ”la ferita della disoccupazione induce i responsabili della cosa pubblica a valide soluzioni, creando nuovi posti di lavoro per le famiglie”, ha concluso il Santo Padre.

Allarme condiviso dal governatore di Bankitalia Mario Draghi che ha riassunto i dati di una situazione molto difficile: PIL in calo del 5 per cento, disoccupazione al 10 per cento. Dati che inchiodano imprenditori, sindacati e tutta la classe politica a maggiore responsabilità.

Le azioni intraprese non hanno dato risultati, e l’Italia scivola sempre più giù. All’assemblea della CEI Papa Ratzinger ha indicato chi ne fa le spese: “gli effetti della crisi si fanno sentire duramente sulle fasce più deboli e sulle loro famiglie”. Il lavoro precario, in più, mette a rischio chi dipende dai rinnovi contrattuali e crea stress ai quarantenni e ai cinquantenni, i più esposti a un lavoro che oggi c’è domani no.

Un lavoratore su due, dall’ultimo rapporto Istat, non è sicuro del proprio posto di  lavoro. E, se lo perde dopo i cinquant’anni, difficilmente ne troverà un altro.

È il ritratto di un’Italia che arranca, cui non bastano gli ammortizzatori sociali. Il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aveva proposto una moratoria dei licenziamenti affidata agli stessi imprenditori. Ma non è stato ascoltato dalla sua maggioranza, insofferente ad analisi che fanno cadere l’ottimismo di facciata del Governo.

La povertà crea imbarazzo, la questione sociale sembra non interessare: meglio il gossip, le veline e la bella vita. Intanto al lavoro precario corrispondono redditi più bassi. Nel 2008 una famiglia su cinque non arrivava a fine mese. Il 10 per cento delle famiglie non compra cibo a sufficienza, il 6 per cento non può pagare le bollette.

L’Italia che arranca non interessa. Anche se l’ultimo Rapporto Caritas sulla povertà in Italia denuncia un’iniqua distribuzione del reddito e l’impegno sociale non manca, come la ”assistenza alimentare alle famiglie bisognose” ed il “fondo di garanzia per il microcredito” delle associazioni Metanova e Finetica.

Tuttavia la solidarietà richiede una guida politica, e l’impiego di più soldi pubblici. Ci sono due Italie: quella delle supervacanze e quella che compra la carne surgelata nei supermercati. Due Italie che dobbiamo riunire dando priorità a chi sta peggio. A cominciare dai lavoratori e dalle loro famiglie.

L’Italia delle veline è entrata nel nostro costume. Siamo tutti figli del Papi nazionale?

Ricevo e pubblico l’articolo dell’amico Nello Tuorto:

 

Le abbiamo sicuramente viste le centinaia di ragazze in fila per partecipare alla selezione delle veline per  il  famoso programma TV, segno che le nuove generazioni non vogliono più fare gavetta per affermasi nello spettacolo e di un’emergenza culturale che sta disorientando il Paese.

L’educazione oggi è diventata per noi adulti uno slalom tra regole e valori impazziti alla ricerca del figlio o della figlia perfetti: e finisce per contare solo il corpo esposto in atteggiamenti disinvolti per diventare subito noti accettando di tutto, perfino le foto dei nostri figli in pose discutibili.

La  cronaca  in  queste  ultime  settimane  ne  ha  dato  ampio  saggio, e quella che si riteneva zona franca, lo spazio dei minori, protetto una volta dai genitori e dagli adulti, non lo è più.

Il modello delle veline, che ha i suoi santuari in molte trasmissioni televisive, sdoganato come una “normale” opportunità di lavoro - magari verso la politica, fa diventare già adulte tante ragazzine che imitano la TV ed evitano studio e responsabilità.  Ed i meccanismi li hanno accettati gli stessi adulti, sostenendo un progetto di vita per i propri figli che dovrebbe preoccuparli. Invece, per noi adulti, diventa normale accompagnare una figlia alle selezioni di Amici o del Grande Fratello e sfogliare compiaciuti il book con le foto disinvolte della “piccola”.

Lo scandalo  non  è  nella  trasgressione  cui  rimandano  le  foto,  ma  in chi sostiene il sistema delle veline accettando che entri in famiglia come un modello di vita e di successo o di consenso, bollando di moralismo chi pone la questione educativa.

Le vittime in questo Paese di cui nessuno si occupa sono i figli, diventati giocattoli nelle mani di adulti che perdono di vista il compito di educatori. Ai nostri figli la televisione ed una politica che esalta l’apparenza propongono ogni giorno una vita truccata in cui sparisce l’equilibrio tra regole e  libertà,  in cui conta solo l’aspetto a sfavore della preparazione e della competenza.

Ci dovremmo interrogare sulla nostra moralità che la comunicazione mediatica ha ridotto alla rincorsa ossessiva del successo come unica qualità. Il mercato  dell’immagine  impone  le  sue  regole e vocazioni  che travolgono le famiglie e sconnettono i genitori.

E non basta accusare i “media”: semplici gesti quotidiani come  tenere  sempre  accesa  la TV o parole apparentemente innocue come velina si traducono nel tempo in stili di vita con effetti devastanti per migliaia di adolescenti. Così abbiamo fatto diventare i nostri ragazzi e le nostre ragazze adulti precoci potenzialmente depressi, spargendo nelle nostre comunità una miscela tossica di immoralità e di irresponsabilità.