Come sono nere queste morti bianche. Come sono bianche queste lenzuola a coprire una fine nera. E quanto è grigio, stupido, odioso, vigliacco, infame, strafottente un Paese dove si muore per vivere. Perché è questo che il lavoro dovrebbe garantire, la vita. E invece, magia del circo, al cantiere gli operai diventano funamboli: vanno su bancali fradici, su anditi sottili come corde. Senza uno straccio di recinzione. Un passo falso e, hop!, gli sbadati fanno il volo dell’angelo. Il circo, almeno, non toglie la rete ai trapezisti.
Oppure te li trovi allo stato brado, gli operai. Li vedi che lavorano senza precise istruzioni. Salvo scoprire, ma troppo tardi, che sgobbavano in due con una tonnellata sopra la testa; tanto la ditta che li aveva presi era il subappalto del subappalto del subappalto, e a lei bastava che facessero. Nonostante significativi sforzi ancora insufficienti sono i controlli, perché i controlli richiedono misure di sicurezza che erodono il profitto, e nessuno dice agli operai, per non risponderne un giorno davanti a un giudice, che il gancio che tiene su il bestione potrebbe mollare.
Ed è così che se n’è andato il nostro amico Umberto Gambino, giovedì 18 Dicembre, alle 3.00 del pomeriggio: con metà corpo schiacciata dalla cabina elettrica sospesa su lui e sul compagno di lavoro E., un elefantino d’acciaio che non doveva stare lì, al binario della Stazione Centrale di Napoli dove Umberto ed E. lavoravano, una cosaccia sotto cui non avrebbero dovuto lavorare.
Dopo l’incidente Umberto respirava ancora. Poi, la corsa al Loreto Mare mercoledì sera, dove ha lottato tutta notte per restare vivo. Cinque ore di sala operatoria: 300 minuti difficili, disperati, febbrili, per salvare il suo corpo spezzato da un’emorragia orrenda che ha richiesto 34 sacche di sangue.
Umberto è riuscito, negli ultimi istanti prima dell’impatto, a tirare via il compagno di lavoro che, in salvo, ha visto la cabina travolgerlo. E. ha gridato aiuto, venti uomini l’hanno tolto da lì e l’hanno caricato in ambulanza atterriti. Umberto è rimasto lucido fino all’entrata in operatoria. Poi l’anestesia l’ha separato dagli sguardi degli amici raccolti intorno a lui, per cinque lunghe ore. Alla fine il suo cuore di toro, che non voleva arrendersi, ha smesso di battere.
Il nostro amico lascia 2 bimbi piccoli e una moglie, che al suo funerale, lunedì 22 Dicembre, gli gridava straziata tutto il suo amore.
E ora, cosa dobbiamo dire noi? Che, poiché c’è crisi, bisogna accettare che si vada a lavorare con il rischio di lasciarci le penne? Perché anche questa è una fatalità: potresti non lavorare ma, se decidi che proprio devi, metti in conto che il ritorno a casa non è garantito. E che la vita dell’operaio Miele, morto a Campobasso nell’84, ancora per assoluta e strafottente assenza di regole, sia stata liquidata per 4.500 euro è anche questa una fatalità? Se è così, mettiamoci d’accordo sul prezzo della vita di un muratore, con un tariffario nazionale da consegnare alle famiglie nell’opuscolo ’morte pianificata del neoassunto’.
Oppure, invece, ha ragione la Fiom Campania che dopo la morte di Umberto Gambino – poco successiva a Ciro Borriello, stroncato, sempre alla Stazione Centrale, da una scarica di corrente che malaccortamente non era staccata – ha urlato « è una successione di incidenti sul lavoro inaccettabile che segnala che le misure necessarie per la sicurezza sono sistematicamente sottovalutate se non, fatto ancor più grave, ignorate» e si è annunciata parte civile contro le Ferrovie dello Stato, esigendo dal Prefetto Pansa la convocazione di sindacati, Ferrovie, Ispettorato del Lavoro, Inail, Asl e aziende in appalto con la Stazione Garibaldi per questi famigerati lavori di riqualificazione. Anche la CGIL di Napoli e Campania ha tuonato contro il sistema di assegnazione dei lavori a ditte terze adoperato dalle Ferrovie e preteso un tavolo di confronto tra tutte le parti sociali in cui si forniscano «spiegazioni su come vengono attuati i controlli e su e a chi sono stati dati in gestione gli appalti».
Noi sosteniamo l’iniziativa della CGIL, all’opera per la sicurezza sul posto di lavoro e la prevenzione di incidenti sul lavoro, e contribuiremo con altre iniziative affinché ci sia la massima responsabilizzazione dei datori di lavoro a una più attenta sorveglianza sulle decisioni preventive e repressive degli organi preposti, per dare al lavoratore la formazione alla sicurezza necessaria ad evitare condiscendenze in situazioni di lavoro pericolose ed usuranti e la conoscenza di tutti gli accorgimenti e mezzi di salvaguardia dell’incolumità propria, dei compagni di lavoro e delle persone che ruotano intorno a cantieri, stabilimenti e sedi di lavoro.
Ma ci ostiniamo a dire che Umberto Gambino aveva 35 anni e a quell’età non si muore e non si lascia il mondo così, schiacciati per “errore”. Sappiamo soltanto che lui, come milioni di altri precari, lavorava per vivere, comprare la sua casa, amare sua moglie e veder crescere i suoi bambini. E mentre il dolore avvampa a grandi soffi, cominciamo a sentire il vuoto della sua risata fragorosa, della sua calda umanità, che gli ha guadagnato nel tempo tanti amici che lui ha aiutato come suoi fratelli; mentre il dolore morde e taglia, tocchiamo intontiti la mancanza del suo corpo imponente che riempiva l’aria, del suo largo abbraccio di gigante buono.
Ciao Umbe’, dal tuo sacrificio spunterà un ulivo che darà ombra agli ultimi della Terra.
Statte bbuono Umbe’, i nostri occhi sanguinano, il nostro cuore ti trova lassù.
Antonio Amato e la Redazione.