Ho letto i vostri commenti e le domande che mi avete rivolto. Proverò a rispondere a tutte, distinguendo, solo per ragioni di spazio e di lunghezza, le questioni più politiche dalle domande specifiche su singole tematiche. Partiamo dalla politica.
1) Sulla crisi finanziaria. Canzanella ha dato voce ad una paura diffusa. Condivido in pieno ciò che ha detto il Pd, attraverso il ministro dell’economia del governo ombra Bersani. Esistono due livelli sui quali occorre intervenire: uno che riguarda la macroeconomia, l’altro che impatta sulla vita quotidiana di tante famiglie e di tante piccole imprese. Noi siamo pronti a fare la nostra parte per attenuare gli effetti della crisi finanziaria che si è abbattuta sui mercati internazionali, ma le misure urgenti varate dal governo Berlusconi non sono sufficienti perché il rischio più evidente è che la crisi si trasformi in crisi economica e sociale. Per questo occorre intervenire su salari, stipendi e pensioni per rilanciare i consumi che stanno crollando anche in settori che, fin qui, non ne avevano risentito e bisogna salvaguardare le piccole e medie imprese e i risparmiatori. In Parlamento il Pd lavorerà per modificare il decreto e introdurre due punti fondamentali: gli aiuti alle fasce più deboli, a chi guadagna di meno, a chi ha mutui o vive in affitto e l’introduzione di un fondo di garanzia per un facile accesso al credito delle piccole e medie imprese che sono il motore della nostra economia. Su tali proposte manifesteremo il 25 ottobre, per sottolineare che la nostra opposizione non è solo “contro” ma “per”.
2) Sull’alleanza Pd-Udc in chiave regionale. Partiamo da alcune riflessioni. L’esperienza dell’Ulivo e della coalizione di centrosinistra non è più riproponibile. Abbiamo fatto una scelta alle ultime elezioni politiche di “correre da soli” e riterrei sbagliato oggi tornare indietro all’esperienza del centrosinistra così come l’abbiamo vissuta. Ciò non vuol dire ovviamente che non dobbiamo porci il problema di quale coalizione presentare alle prossime scadenza elettorali. Io ritengo che bisogna partire dai contenuti e dalla capacità di presentarsi agli occhi degli elettori come coalizione in grado di stilare un programma condiviso per poi decidere e attuare il programma. Sui rifiuti ad esempio paghiamo anche il prezzo di non aver saputo decidere quando potevamo farlo. A partire da ciò, e non da geometrie elettorali decise a tavolino, dobbiamo ragionare sulle alleanze, dobbiamo saper guardare alla sinistra di governo e al centro. La Campania è stata per anni il laboratorio del centrosinistra e, come ricordava Sales, spesso è stata determinante per la tenuta del centrosinistra nazionale. Non a caso la crisi della coalizione è stata anticipata e vissuta per prima nella nostra regione. Proprio per questo dobbiamo saper costruire e ponderare con equilibrio un’alleanza che tenga conto di più fattori: da un lato della necessità del rinnovamento, dell’apertura di una stagione di cambiamento, dall’altro del radicamento sul territorio, ricordando ad esempio con franchezza che l’Udc con De Mita ha un riferimento territoriale molto forte e che, quando abbiamo provato con i progressisti a fare a meno di questa forza popolare, abbiamo perso.
3) Sull’antipolitica, c’è stato più di un commento, di molti giovani, a testimoniare un nuovo interesse che forse, e spero, il Pd ha rimesso in circolo. Penso ai post di Annalisa, Virginia, a quello di Gianluca che indirettamente pone lo stesso problema quando mi chiede come è possibile avvicinare i giovani alla politica. Ora, premesso che questo è il Paese dove Berlusconi per tre volte è diventato il capo del governo facendo leva proprio sull’antipolitica, che ci sono parlamentari inquisiti e condannati, che c’è disillusione verso la politica e la partecipazione, che c’è bisogno di un rinnovamento generazionale, io devo dire che non ho condiviso la frase detta da Beppe Grillo a Bologna che, se ricordo bene, diceva pressappoco: “Io i partiti li voglio distruggere. I partiti sono il tumore della nostra democrazia”. E mi sono molto risollevato quando ho visto la partecipazione che c’è stata alle primarie del Pd il 14 ottobre. Una grande partecipazione, di massa, nonostante i dissidi e le guerre intestine che pure ci sono state in Campania. Quella partecipazione è stata la migliore risposta che il nascente Pd poteva dare al movimento dei cosiddetti grillini e ha ridato centralità e valore al partito, quale strumento per partecipare alle decisioni e alla vita democratica. Il popolo delle primarie ha dato voce ad un forte bisogno di politica,ha travolto i modelli del passato, come ha detto Veltroni, e ha fatto emergere un nuovo protagonista: non più l’iscritto-tesserato né il politico professionista remunerato, ma il cittadino-elettore attivo, che perlopiù non intende dedicarsi stabilmente alla politica, ma rivendica il diritto di far sentire e pesare la propria voce nei momenti decisivi della vita del partito nel quale si riconosce. Un bisogno di politica che, nonostante la sconfitta elettorale, abbiamo visto anche nelle iniziative della campagna elettorale. Non a caso ho voluto ricordare ora queste parole, ora che stiamo costruendo il Pd e stiamo facendo il tesseramento. Perché non vorrei che soffi anche nel PD il vento dell’antipolitica. No! Ai giovani, ai vecchi militanti che si sono riavvicinati, a quelli che magari per mesi hanno assistito impotenti nelle sezioni alle nostre lotte intestine, dobbiamo consegnare le chiavi del partito, prendendo di petto il vero nodo che da anni abbiamo dinanzi: la crisi della democrazia e della rappresentanza. Un nodo la cui risposta , si è detto, è appunto, nella nascita del Partito Democratico. Ecco questo è il problema che abbiamo innanzi: come si stimola il tessuto civile della partecipazione democratica, come costruiamo un nuovo partito e definiamo “regole certe” che non consentano più la degenerazione dei notabilati ad hoc, dei pacchetti di tessere e voti utilizzati come clave nella lotta politica, infine quale forma di legittimazione debbano avere le decisioni che vengono assunte. Liquidare la faccenda con il teorema che tutto il bene e il nuovo stia nelle primarie e tutto il vecchio nelle sezioni non aiuta a fare passi avanti e rischia di gettare il bambino con l’acqua sporca. Sarebbe l’ennesima scorciatoia politica. Non abbiamo bisogno di fragilità, leggerezza, flessibilità. Tra un partito fortemente strutturato o asfittico e un partito leggero che affida di volta in volta le decisioni più importanti agli elettori ci sarà pure una via di mezzo! Dagli anni ‘80 ci interroghiamo sulla crisi della democrazia e l’abbiamo letta con le lenti dell’autorevolezza della leadership, delle regole elettorali, delle ondate di antipolitica. Poco o per niente sul terreno del coinvolgimento degli iscritti o militanti, dei loro diritti e dei loro doveri, dell’identità culturale che si offre e dell’asse programmatico che permette di riconoscersi in una comunità e in un’esperienza collettiva. Sta anche qui, credo, il valore alto e politico della costituente: per quanto mi riguarda, per la mia storia politica la sfida è la costruzione di un nuovo partito, di un nuovo progetto nel quale sia possibile portare l’autonomia culturale della sinistra italiana, ripartendo dal territorio, investendo su di esso, selezionando così i dirigenti del partito. In queste settimane, nelle quali in tanti e in tante stanno aderendo al partito, mi convinco sempre di più che nel Pd non può essere il centro che seleziona ma è la base che promuove; che occorre una svolta per non schiacciare più la politica sulla gestione e non ridurre la costruzione del consenso a mera tecnica di gestione del potere. Al contrario occorre praticare una cultura di governo che metta la politica al servizio della risoluzione dei problemi. Sarebbe un significativo cambio di passo se, per strutturare il partito, tenessimo conto di tutto ciò.