Pd, creare un partito e non una federazione
Commento
Caro Direttore,
in questi giorni afosi di fine luglio a Napoli, come anche voi avete riportato, si sono svolti incontri e seminari sul Pd, sul profilo, la natura e la funzione che il partito deve avere…
Giampiero:
Bella, simpatica, forzuta e politica (in senso alto) l’idea di un Partito che parta – e faccia ripartire la fiducia dei cittadini – dalle città, dalle periferie soprattutto.
Il mio passato di buon esteta mi fa ancora dire che la Bellezza è la chiave di tutto, l’abracadabra per riparare i guasti.
Non so se siete d’accordo: per riguadagnarci la fiducia (e di questo che si tratta, no?) delle periferie bisogna ridare loro bellezza (anzi, “B”ellezza). Come? Coi Centri Commerciali? Possono essere ben fatti, in qualche caso belli, ma non creano socialità o amore per il “dove”. Molte delle persone che vivono in periferia, raramente dicono il “mio quartiere”; usano piuttosto il nome delle strade in cui vivono, come se intorno a quelle righe di asfalto non ci fosse nulla, neanche loro. Forse perché non si sentono come chi abita al centro della città, perché non hanno i palazzi, l’architettura, i giardini, le sedi funzionali, le rappresentanze diplomatiche dei centri storici.
Il PD campano potrebbe fare della nuova edilizia, ispirata alla bellezza e non solo alla funzionalità (vedi: Vele Secondigliano), la sua arma vincente; e magari formulare (per ora) proposte di legge in cui sedi importanti delle amministrazioni, dei ministeri, dei teatri, dei Centri Congressi, degli Istituti Culturali Esteri abbiano sede SOLO in periferia. Prenderebbe così due beccacce con una rete sola: un primo affronto del degrado urbano e la drammatica, cinquantennale, incivile penuria di nuove abitazioni, con le lotte e le occupazioni abusive e le chilometriche liste d’attesa e gli scontri con la polizia e le famiglie che di punto in bianco se ne vanno a dormire in macchina perché dei più disperati di loro si sono barricati nella casa che non gli era destinato ed hanno inchiodato le porte.
Chissà che, in questo modo: la nuova (e “B”ella) edilizia popolare, i cittadini di Ponticelli, San Giovanni, Barra (e chi più ne ha) non si sentano veramente cittadini, seriamente elettori, umanamente visibili.
Giampiero Cortese
25 settembre 2008, 11:44 amocchiaperti:
…e i “pacchetti di tessere”, nel Pd locale? Il futuro candidato Antonio Amato non ne sa nulla?
1 ottobre 2008, 12:11 pmFabrizio:
Ma come, Occhiaperti, c’è davvero uno scandalo così grosso? Ma, se ne sai qualcosa, perché non ce ne dici tu? E poi, locale dove? Per me “locale” è dove vado a farmi la barba alla domenica o la birra al lunedì. Please, Eyeswideopen, open up our eyes! Or else, come and have a beer in our company mondays.
3 ottobre 2008, 12:26 amocchiaperti:
@ Fabrizio. Io non sono iscritto al Pd (non so tu). Me ne guarderei bene.
Quanto al “locale”, leggi i giornali, ascolta le TV, chiedi (anche) a Tonino Amato. O forse, sei direttamente interessato? In tal caso, auguri a te, a lui e (fra l’altro) a “Trenitalia”!
Ciao.
3 ottobre 2008, 5:39 pmAntonio Canzanella:
Occhi aperti, se sai qualcosa parla, parla,non aver timore parla, parla, pendiamo dalle tue labbra e dalla tua penna (infinita fonte di saggezza), il blog è libertà, se uno dice o scrive un’affermazione così deve anche avere il coraggio di assummersi le proprie responsabilità, o forse fai parte anche tu del Pd locale (ho capito quale), tu sei la classica persona che “butta ‘a petrella e nascond a mannella”, o fai parte caro occhi aperti di chi dice armiamoci e andate, non ti preoccupare tanto ho capito chi sei.. e solo perchè sono una persona educata che non scrivo chi sei, poichè anche tu hai usufruito delle benevolenze della politica, anche servendo due padroni politici all’insaputa (mica tanto, poichè anche i muri parlano) dell’altro. Ti racconto una storiella che è accaduta veramente 30 anni fa. Un giornalista tedesco intervistava un generale tedesco della Nato, la domanda era: Ma Lei generale non era sottotenente delle SS durante la seconda guerra mondiale! Ebbene il generale rispose “non mi ricordo”. Il giornalista a sua volta commentò: E’ proprio vero la mente tende a dimenticare ciò che la coscienza gli rimprovera. Ecco tu sei il generale tedesco. A buon intenditore poche parole.
16 ottobre 2008, 9:36 pmlinda sacchetta:
Evviva Totonno canzanella, occhi aperti abbiamo capito chi sei, un piatto vacante..anzi nemmeno un piatto ma solo vacante. Lascia stare Tonino Amato, che è l’unico veramente che sta sul territorio, anche quando tutto era contro di lui, il Pd, anzi se stiamo nel Pd e se seguiamo antonio è dovuto soprattutto alla sua persona. Occhi aperti ma come fai a scrivere certe cose, come si dice a napoli “nù sai campà”, te scurdat chi t’ha fatt o bene”.
16 ottobre 2008, 9:42 pmGioia:
Occhi aperti, c’è l’hai aperti perchè sei insonne, lascia stare che non sei la nostra coscienza, ma poi occhi aperti a chi…non sei iscritto al pd (meno male, non credo che sei un valore aggiunto), beh è allora…
16 ottobre 2008, 9:46 pmL'albatros:
Un anno di Pd: l’analisi condivisibile
“Il Partito Democratico italiano è giunto al suo primo anno di vita. Nelle discussioni di questi mesi molti dei suoi dirigenti hanno individuato nella brevità del suo processo costitutivo un argomento per contrastare i giudizi sull’evidente debolezza politica del PD. In realtà per molto tempo tutti pensavano al 14 ottobre, il giorno delle Primarie, come una data memorabile in cui celebrare una rivoluzione nel sistema politico italiano. Per anni, infatti, si era lavorato, nei DS come nella Margherita, alla fondazione di una forza capace di unire i riformismi del XX secolo e impiantare un modello di partito innovativo e moderno e il successo di quel giorno era la conferma della bontà della scommessa.
16 ottobre 2008, 10:40 pmLeggi tutto
Il Partito Democratico italiano è giunto al suo primo anno di vita. Nelle discussioni di questi mesi molti dei suoi dirigenti hanno individuato nella brevità del suo processo costitutivo un argomento per contrastare i giudizi sull’evidente debolezza politica del PD. In realtà per molto tempo tutti pensavano al 14 ottobre, il giorno delle Primarie, come una data memorabile in cui celebrare una rivoluzione nel sistema politico italiano. Per anni, infatti, si era lavorato, nei DS come nella Margherita, alla fondazione di una forza capace di unire i riformismi del XX secolo e impiantare un modello di partito innovativo e moderno e il successo di quel giorno era la conferma della bontà della scommessa.
I termini della sconfitta elettorale hanno gelato molte speranze ma sono state le amministrative e la fragilità di reazione di fronte al dinamismo politico del centro-destra ad avviare riflessioni critiche più esplicite. A dire il vero il confronto interno è stato aspro solo quando è intervenuto, violentemente, l’ex ministro prodiano Parisi mentre nel partito tutto era sfumato quasi come nelle tradizioni dei partiti del centralismo democratico. Apparentemente il richiamo all’unità è servito ad evitare una rottura in un partito ancora debole e poco strutturato eppure, sotto questa patina, in giro per l’Italia comincia a delinearsi una realtà diversa da quella teorizzata tre anni fa. Il gruppo dirigente nazionale sembra attenersi alle regole della solidarietà interna ma, in quasi tutte le regioni d’Italia, scontri tra gruppi e correnti si accompagnano a paralisi politiche simili a quelle romane. Episodi che hanno cominciato a squarciare il velo di una realtà ben diversa da quella propagandata dopo il 14 ottobre. E’ da questa realtà che parte la domanda: che cos’è il PD e qual’è il suo reale profilo politico ed organizzativo?
Per rispondere occorre una breve introduzione. La convinzione dell’impossibilità di proporre il partito socialdemocratico in Italia era tra le ragioni della fondazione del nuovo partito. Le motivazioni erano nelle anomalie storiche del sistema politico italiano e nel tipo di tradizioni che confluivano nel PD (in gran parte ex comuniste ed ex democristiana). Ma c’era anche la riflessione prodiana fatta propria dai neodemocratici: il progetto aveva un appeal elettorale nettamente superiore a quello delle forze nate nella transizione italiana e il modello era il Partito Democratico americano. Un movimento liberal e progressista capace di mettere mano al governo del paese realizzando riforme radicali senza disperdere la base di massa dei due partiti e le organizzazioni sociali a loro collegate. Il corpo di questa politica era la nuova forma di partito: per superare l’obsoleto modello novecentesco la svolta era nelle primarie per l’elezione dei gruppi dirigenti. Era evidente il sottofondo negativo di questa scelta: il rifiuto dell’approccio socialista implicava l’accettazione di molte delle linee di fondo della crisi italiana dei primi anni novanta. L’antipolitica e l’antisocialismo, la condanna dei vecchi partiti e il valore sovra-politico di istituzioni economiche o giudiziarie erano elementi maturati in settori importanti del Pci e della sinistra Dc degli anni ottanta ed avevano ottenuto una piena legittimazione tra il ’92 e il ’94 con la distruzione sistematica del vecchio centro sinistra. L’alleanza con Di Pietro alle politiche, insieme al rifiuto dei socialisti, aveva finito per confermare questa tesi.
L’anno prima i congressi di scioglimento dei partiti erano stati freddi, le amministrative disastrose e si accompagnavano alla decrescente fortuna del governo di Romani Prodi. La risposta fu individuata nella designazione di Walter Veltroni a candidato segretario del nuovo partito e trovò conforto nell’immensa partecipazione alle primarie del 14 ottobre. Un evento che confermò la validità della tesi del potenziale successo del modello PD. Poi, dopo il crollo del governo, la presunta rimonta elettorale ha fatto pensare addirittura al trionfo dell’esperimento. Invece i mesi successivi hanno svelato le contraddizioni profonde del modello. E sono dati pesanti, perché toccano i suoi due presupposti fondamentali: la partecipazione della base e la selezione dei gruppi dirigenti, insieme al profilo politico culturale del partito.
Nel primo caso si parte dal risultato delle primarie nelle regioni e quindi dalla definizione dell’assetto dei gruppi dirigenti ad ogni livello. Il 14 ottobre erano stati eletti, su lista bloccata e con l’obbligo dell’alternanza tra uomo e donna, delegati regionali e nazionali collegati ai candidati segretario alle due cariche. Era evidente la volontà di scomporre le correnti strutturate dei DS e della Margherita per creare una dialettica più fluida nel partito. Come abbiamo già sottolineato la partecipazione alle primarie era stata superiore ad ogni aspettativa. Questo coprì un quadro politico invece chiaro agli addetti ai lavori. A partire dal fatto che i delegati eletti vennero in un secondo momento nominati membri delle assemblee provinciali per votare i coordinatori provinciali e in qualche caso le direzioni. Già questo era un segnale che il voto di ottobre avrebbe fotografo una realtà di strutturazione di vecchie e nuove correnti, ma fu nascosto dalla crisi del governo e dall’imminenza delle elezioni. Il modo con cui si era arrivati a questi organismi però, esplicitava una tendenza che si sarebbe esasperata a partire dalla primavera. Le liste bloccate tanto criticate nella scelta della legge elettorale sono state applicate con eguale brutalità nella composizione di quelle dei candidati alle primarie. E così, con rare eccezioni per le aree metropolitane più sensibili ai media o agli ambienti radical chic o comunque al peso di settori della cultura, liste e segretari regionali sono state oggetto di un’implacabile percentualizzazione che tutto era tranne che la scomparsa delle temibili correnti. I risultati si sono visti subito. Il meccanismo è stato immediatamente trasferito alla composizione delle liste alla Camera e al Senato, dove l’assenza di preferenze ha consentito casi clamorosi come la distribuzione di mezza giunta di Roma in giro per l’Italia o la liquidazione di intere aree politiche forti sul territorio nel Mezzogiorno e non solo. A questo si sono aggiunte le candidature di collaboratori personali e figure più o meno giovani che nelle valutazioni unanimi dei quadri politici locali non sarebbero andati oltre l’ultimo posto in lista.
Quanto il modello fosse esattamente opposto a quello delle primarie americane diventava del tutto evidente dopo le elezioni, esasperando la tendenza annunciata dalla composizione delle liste. L’assenza di un tesseramento ha portato alle stelle la confusione nei gruppi dirigenti locali, tranne che nelle regioni dell’Italia centrale dove la chiarezza dei rapporti di forza e la solidità di vecchie strutture di partito consente un equilibrio tra i soci fondatori del PD ( e anche qui, vedi la Toscana, non mancavano problemi pesanti). Ma la realtà era diversa. Innanzitutto la costituzione dei circoli (il nuovo nome delle sezioni) e quelle delle federazioni diventa in moltissimi casi oggetto di un’infinita contrattazione che vede ad oggi un numero enorme di comuni senza gruppi dirigenti legittimati. In alcuni casi i comitati regionali hanno improvvisato un autonomo tesseramento per vederselo ora annullato dall’annuncio della campagna d’adesione nazionale. Si cominciano così ad intravedere due fenomeni: la strutturazione militarizzata delle correnti e l’esasperazione del rapporto tra istituzioni, leadership politiche e controllo elettorale e sociale. La composizione delle liste e l’organizzazione spesso direttamente percentualizzata degli organismi, quasi sempre sui dati del 14 ottobre, (tra le liste e dentro le liste), ha finito per “ufficializzare” senza “formalizzare” la presenza di un gruppo strutturato di aree (veltroniani, dalemiani, bindiani, lettiani, fioroniani, rutelliani, etc…) poi moltiplicate nelle sottocorrenti locali. Ancora più evidente è stata la trasposizione di questo modello politico nelle relazioni interne riaprendo il tema ultradecennale ed insuperato del rapporto tra partito e istituzioni. Di fatto questo ha oscillato tra lo scontro frontale, da Torino alla Sardegna, alla riproduzione della leadership, in particolare nelle regioni meridionali. Di fatto non si è creato il partito aperto e assembleare dei Democratici americani ma si è finito per mettere in crisi strutture di partito consolidate e sperimentate anche nella tremenda crisi degli anni novanta.
E’ difficile così non parlare del fallimento dell’esperienza delle primarie come strumento di rinnovamento della selezione dei gruppi dirigenti e della costruzione delle linee politiche. Ma, come sempre succede, la crisi di questo modello finisce per rendere evidente la fragilità dell’altra premessa fondativa del PD: la creazione di una cultura nuova e di una politica incisiva del riformismo italiano. Infatti sul piano elettorale è difficile non riconoscere un risultato europeo del PD anche se con i limiti della liquefazione elettorale del vecchio Ulivo. Se questo è indiscutibile è altrettanto evidente che in sei mesi il PD non è riuscito a mettere in campo una proposta politica capace di sfidare l’azione di un governo che si propone di riformare molte distorsioni del paese e che, contemporaneamente, annuncia che darà vita alla prima grande forza organizzata di centro destra della storia dell’Italia repubblicana e che rappresenta in Italia il Partito Popolare Europeo. E’ così, nella fragilità dell’azione politica emergono quei limiti esaminati nella struttura organizzativa del Partito. Il rifiuto del socialismo europeo e del confronto schietto sulla storia del sistema politico e dello stesso riformismo dell’Italia della vecchia repubblica ha trasferito le mediazioni e le parcellizzazioni di federazioni e sezioni alla più complessa e rilevante definizione della linea politica del PD. Mediazioni tra storie personali e tradizioni politiche, problemi identitari e posizioni individuali, logiche di gruppo e sospetti ideologici che sono cresciuti a dismisura proprio per il rifiuto netto ed inappellabile di una chiara scelta nella sinistra europea.
Il gruppo dirigente rischia di vivere in funzione di manovre tattiche mentre il partito modula la sua azione sul maggiore o minore successo dell’iniziativa berlusconiana. Eppure tutto questo apre la possibilità di un confronto di grande portata. E’ nel PD che si riconosce la base sociale ed elettorale, il quadro politico ed intellettuale del centro sinistra italiano. Se è così, è altrettanto palese che le amministrative e le europee con la scelta dell’adesione ai gruppi e il congresso dell’autunno consentono di mettere in discussione le premesse fondative del PD. E cioè di aprire un dibattito politico e culturale sulla sua collocazione ideologica e identitaria, ma anche sul modo di organizzarsi rispetto alla base ed alle istituzioni. Consente insomma di mettere a confronto i limiti e le arretratezze della vecchia sinistra europea insieme a quelli altrettanto evidenti del sogno di importare un partito americano, ma anche di capire quanto vi sia di buono e di positivo in queste esperienze. Insomma di passare alla concreta definizione di una politica e di una cultura del riformismo politico italiano, attraverso passaggi politici autentici come quello di un Congresso.
L'albatros:
I cattolici e il Pd.
Dedicato a Tonino Amato, persona che stimo sia professionalmente, sia poliicamente e sia umanamente
Il ruolo della religione nella società contemporanea è tornato con forza al centro del dibattito culturale e politico. I recenti interventi di Benedetto XVI, sulla laicità nel viaggio apostolico in Francia e sui rapporti tra Stato e Chiesa pochi giorni fa al Quirinale, hanno rilanciato la riflessione sul rapporto tra fede e politica.
16 ottobre 2008, 10:48 pmUn discorso che va ben oltre la “questione cattolica”, intesa come un capitolo della storia d’Italia che si dipana da Porta Pia fino alla Dc e oltre, e rinvia piuttosto al tema più profondo – tutt’altro che estraneo allo sconquasso a cui stiamo assistendo della finanza mondiale – del deficit etico delle nostre democrazie. Un deficit che il fattore religioso può contribuire a colmare a patto di superare la tentazione, in cui cadono credenti e non credenti, di usare la religione come un surrogato, un riempitivo del vuoto creato dal tramonto delle ideologie del Novecento. Sono invece convinta che una nuova laicità possa restituire chiarezza e nuovo senso al rapporto tra fede e politica.
Anche per questo non credo si possa archiviare o deviare il compito del cattolicesimo democratico, quel movimento che ha permesso di riconciliare i cattolici italiani – e in qualche modo anche la Chiesa – con la modernità e la democrazia. Grazie ai cattolici democratici la laicità si afferma come metodo della politica, e nella Costituzione il rapporto tra verità e libertà, valori e consenso permette di superare lo iato tra democrazia formale e democrazia sostanziale. La storia di questo movimento non coincide con quella della Dc, anche se ne ha incarnato le fasi più avanzate, le personalità più scomode e creative. E non è un caso se l’esperienza dell’Ulivo affonda le proprie radici nell’orizzonte culturale del cattolicesimo democratico. Oggi si tratta di capire come spendere questa eredità nel Pd per riconciliare i cattolici italiani con il bipolarismo e rendere nuovamente feconda la loro presenza per il futuro della democrazia.
Molte analisi sul risultato elettorale si sono concentrate sul voto cattolico. I cattolici, è stato detto, questa volta non hanno scelto in base all’appartenenza, hanno votato per tutti i partiti anche se in maniera predominante si sono riconosciuti nell’offerta di Berlusconi. Dobbiamo ancora capire le ragioni profonde di un voto che ha premiato la paura invece della speranza, l’apparenza invece della coerenza e che mai prima d’ora ha contribuito a spingere a destra l’asse politico del paese.
Non mi convince chi, come Tremonti e D’Alema cerca spiegazioni nel risveglio di uno spirito integralista che avrebbe fatto da collante intorno ai valori di Dio Patria a Famiglia. Nel dialogo sul peso delle religioni, insieme ad una non scontata ammissione che la fede non è confinabile alla dimensione privata, si avverte ancora la persistente difficoltà di una certa cultura laica a superare un’idea di religione come espressione di una sorta di “preistoria dell’umanità”, in conflitto con la libertà, la ragione, la scienza. E la Chiesa sembra apparire ancora come un potere che attenta alla modernità e alla laicità dello Stato.
E’ visibile in questa impostazione l’eco di una politica che tende a stabilire con le gerarchie un rapporto pattizio e guarda all’elettorato cattolico in modo opportunistico. Ma sbaglia anche chi, come Rutelli, immagina di agganciare quello stesso elettorato presentandosi come unico interlocutore affidabile delle gerarchie. Dopo la breve esperienza dei teodem, con cui ha separato i cattolici dai cattolici innestando nella Margherita un’enclave integralista, ora rilancia la vecchia tesi della trasversalità cattolica e sotto le insegne di una nuova associazione mette insieme Bobba, Casini e Lupi. La “moderna laicità” di Rutelli ha in realtà un volto vecchio, quello gentiloniano della strumentalità con cui spesso sono stati utilizzati i cattolici in operazioni politiche di stampo moderato.
Per il Pd, la ricerca di nuove alleanze politiche, necessaria a costruire l’alternativa al governo Berlusconi, esige di rafforzare e non snaturare il profilo ideale e programmatico del partito. Così, invece, si minano le ragioni fondative del Pd: dar vita a un partito nuovo, laico e plurale, capace di tenere insieme credenti e non credenti in un unico progetto di innovazione della politica e della democrazia.
Il cantiere democratico è ancora aperto. E i cattolici che hanno scommesso fin dal ‘95 nell’Ulivo non possono farsi né da parte, coltivando formule alternative, né da un lato, dando vita all’ennesima corrente.
A cosa serve il richiamo all’identità su cui fanno leva gli ex popolari riuniti ad Assisi? Anche questa mi pare una scelta strumentale. Il richiamo alla cultura cattolico democratica, accreditando per giunta l’idea di averne il monopolio, diventa la credenziale per formare una corrente. Col risultato di farlo guardando al passato, a come eravamo, e non a come dobbiamo essere oggi, democratici e mescolati agli altri eventualmente in una corrente, ma in nome del progetto politico e non delle appartenenze. Di separatezza in separatezza il passo verso l’irrilevanza culturale, anche se mascherata dalla possibilità di contrattazione politica, è davvero breve.
La scelta non può che essere quella di tornare al progetto e alla proposta. Nel dna dei cattolici democratici ci sono la laicità dello Stato e la lotta alle ingiustizie e i temi su cui offrire il nostro contributo non mancano. Penso alla necessità di regolare il mercato e riaffermare il primato del lavoro umiliato dall’economia delle transazioni finanziarie. Alla qualità della democrazia, alla difesa della Costituzione e della legalità. La nostra laicità è la garanzia di una corretta distinzione dei poteri, contro gli strappi alle regole e la prevaricazione del Parlamento. Penso ad una nuova cittadinanza, aperta e accogliente anche verso gli stranieri.
L’intolleranza che la Lega e la destra alimentano, utilizzando in modo blasfemo il cristianesimo come un baluardo a difesa dell’identità italiana o più semplicemente veneta o lombarda, è un veleno che produce violenza e razzismo e non possiamo neutralizzarlo affidando le nostre ragioni solo agli editoriali dell’Osservatore romano e Famiglia cristiana. E penso alle sfide della bioetica, che ormai coinvolgono con mille contraddizioni e interrogativi la vita quotidiana di ognuno di noi. Non ha alcun senso contestare il diritto della Chiesa ad esprimersi, è invece molto più utile che credenti e non credenti imparino a confrontarsi, senza reciproche scomuniche, nella ricerca nel bene possibile, nella difesa della dignità e libertà della persona umana.
Basterebbe insomma riprendere con coraggio e speranza la lezione dei nostri maestri. Ricordo, tra tutti, gli ultimi che ci hanno lasciato, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia. Una lezione di dialogo, contaminazione culturale, libertà intellettuale. Una lezione di nuova laicità. Per me in Campania chi esprime questi valori di laicità e di cattolicesimo democratico è Tonino Amato